In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». (Mt 5, 1-12a)
Queste beatitudini riguardano ogni persona e in esse si manifesta la grazia dello Spirito Santo, che entrando in condizioni che noi fuggiremmo – fame, sete e pianto – diventano, in mano a Dio, la nostra forza, la nostra sorte meravigliosa.
Nella prima lettura abbiamo il tema della divinizzazione, per cui l’uomo può essere inabitato dallo Spirito Santo – tema molto caro alla chiesa orientale, – ed essere introdotto alla vita della Trinità. I santi sono una schiera immensa e ne hanno le caratteristiche. Sono in piedi davanti al trono e all’agnello; non sono sudditi umiliati. Partecipano della regalità dell’agnello. Hanno la palma della vittoria e gridano a gran voce: “la salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”. Questo grido dei salvati felici e gioiosi, esprime una sapienza di vita. E’ l’esperienza di essersi lasciati salvare dall’Agnello seduto sul trono che porta la salvezza di Dio. Tante salvezze inutili ci circondano, ma solo il sangue dell’agnello salva. C’è un sangue che rende candidi, ti immerge nell’amore dell’Eucarestia e ti fa nuovo secondo il suo amore e tutto diventa luce e salvezza. Ma il testo della santità sono le beatitudini che sono otto assurdità contrarie alla sapienza umana che vuole che siamo sazi, affermati, danarosi, liberali verso le pulsioni del cuore, dotati di buona fama, farsi i fatti propri ecc. E’ l’opposto della beatitudine. Ma sono la radiografia delle persone che non sanno amare. Se non sai essere un po’ povero, non puoi donare nulla, neanche un caffè. Chi deve sempre essere nel piacere, non sa mai sporcarsi le mani con il dolore altrui e non può mai entrare nella tristezza di chi sente che deve ancora dare. Ciò serve per lasciarci correggere e imparare di più. Chi vuole sempre vincere, sarà uno che sempre prevarica il prossimo. Chi non vuole vedere i propri errori, si pensa sempre dalla parte della ragione. Chi può vivere con chi non ha misericordia e non sa armonizzare i propri punti di vista con le esigenze del prossimo e con la necessità di servire e amare chi ci sta intorno? Chi può stare insieme a chi pensa solo al suo tornaconto e non pensa ai problemi che ci circondano? Chi può stare bene vicino a chi è innamorato della propria immagine? Quando si ama bisogna accettare che la propria immagine sia distrutta. Penso a famiglie con figli drogati. Tante volte si tratterà di prender su di sé le colpe degli altri. Queste beatitudini che sembrano assurde sono l’unica strada per trovare un ponte con Dio e con il prossimo.
La santità è fondamentalmente sfruttare queste occasioni per dare spazio alla sorpresa di Dio. Nella povertà essere sorpresi da Dio, nel bisogno di misericordia essere sorpresi da Dio. E quando la tua immagine è distrutta saper che solo Dio ti conosce fino in fondo. Un santo, lascia che Dio operi nella sua vita.