Mercoledì, 16 settembre 2026

A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile?È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!” È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”. Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli”. (Lc 7,31-35)


Concentriamo la nostra attenzione sulle ultime parole di Nostro Signore Gesù Cristo. Egli si identifica con la Sapienza. Nell’ultima fase della teologia e della pietà dei Giudei, soprattutto nel mondo ellenistico dove esistevano numerose e vaste comunità stabilitesi dopo l’esilio, nei secoli immediatamente precedenti all’Incarnazione, si sviluppa una meditazione sulla Sapienza di Dio. Saranno soprattutto i Padri della Chiesa ad attribuire le proprietà della Sapienza, di cui parlano gli ultimi libri dell’Antico Testamento, a Nostro Signore. In quanto Verbo divino Egli è la Sapienza increata che presiede all’opera della creazione, imprimendo al cosmo ordine interno, perfezione, armonia, ed è pure Sapienza creata, perché nel Mistero dell’Incarnazione la sua carne e la sua anima umana sono impastate, per opera dello Spirito Santo, nel seno della Beatissima Vergine Maria. È questa della Sapienza, allora, un’originale teologia del Mistero di Cristo, vero Dio e vero uomo, espressa in modalità diverse da quella, dogmaticamente definita nel Concilio di Calcedonia, della “doppia natura”, umana e divina, unite nell’unica persona divina del Verbo, senza mutamento senza confusione, senza divisione e senza separazione. La Sapienza – dicono i Padri seguendo le parole della Scrittura -, rende “amici di Dio”, proprio come il Signore dichiara ai suoi discepoli: “Non vi chiamo più servi, ma amici”. La Liturgia a volte si sofferma a contemplare la Sapienza del Verbo divino. Lo fa, ad esempio, nella novena di Natale, con una delle antifone maggiori: «O Sapienza che esci dalla bocca dell’Altissimo, ti estendi da un confine all’altro con forza e tutto disponi con soavità, vieni a insegnarci la via della prudenza». La partecipazione alla Sapienza divina è potenziamento per grazia dell’attività dell’intelletto e, a partire dalla verità meglio compresa, della volontà operativa e, dunque, dell’agire morale, sicché oggi possiamo pregare con queste parole ricavate dall’Orazionale: «O Sapienza dell’Eterno Padre che illumini le nostre intelligenze, fa’ che ricercando la verità nella carità, nutriamo sempre pensieri più santi». Ci assista, dunque, la Mater Sapientiae, titolo mariano, che alla luce della riflessione precedente, appare appropriatissimo alla Madre del Verbo incarnato. È in Lei che la Chiesa confessa la giustizia della Sapienza divina.

Comments are closed.