In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». (Mt 18,15-20)
Il capitolo XVIII del Vangelo di San Matteo contiene alcuni insegnamenti che Nostro Signore ha impartito sulla vita della Chiesa: si tratta del cosiddetto “discorso ecclesiastico”. In particolar modo, nella prima parte della pericope odierna Egli ci ricorda che “ammonire i peccatori” è una delle sette opere di misericordia spirituale. Effettivamente, nelle nostre relazioni, soprattutto quelle che stabiliamo nel santuario della famiglia, a volte ci chiediamo se sia opportuno far notare difetti e comportamenti scorretti dei nostri cari, temendo di offendere o di suscitare una reazione che aggravi le divergenze. Inoltre, a volte ci sembra che un nostro intervento possa essere una forma di giudizio dal quale il Signore stesso ci chiede di guardarci. Che cosa fare? Come distinguere l’autentica correzione fraterna da interventi imprudenti o persino sottilmente vendicativi, o comunque dettati da una certa forma nascosta di superbia? Ci vengono in soccorso i Santi Padri, soprattutto quelli che hanno regolato la vita monastica, con il loro magistero perenne, e, per aiutarci, ci suggeriscono tre domande previe. 1) Quo animo? Sto correggendo per amore del fratello o per ferirlo/sfogare la mia frustrazione? 2) Qua via? Sto rispettando la sua riservatezza o lo sto umiliando davanti agli altri? 3) Quo fine? Il mio obiettivo è il suo ravvedimento e la sua salvezza, o la sua umiliazione e talvolta esclusione? Quanto sono sagge le parole di san Benedetto da Norcia, che valgono soprattutto per chi ha responsabilità educative, come i genitori, spesso alle prese con le esuberanze adolescenziali: «[L’abate] nel correggere agisca con prudenza e non trascenda in eccessi, affinché, nel voler raschiare troppo la ruggine, non si spezzi il vaso. Abbia sempre presente la propria fragilità e si ricordi che la canna incrinata non va spezzata». Sant’Agostino, nel commentare proprio questo brano del Vangelo odierno, dichiara schiettamente: «Dobbiamo dunque rimproverare per amore, non per desiderio di fare un danno, ma con l’intento di emendare. Se agisci così, adempi ottimamente al precetto: Se il tuo fratello avrà peccato contro di te, correggilo fra te e lui solo».