Venerdì, 7 agosto 2026

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni. In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno». (Mt 16, 24-28)


Agli occhi dei discepoli – soprattutto all’apostolo Pietro con le sue esuberanti esternazioni mondane – non era di alcun interesse una religione che non comportasse la conquista del potere economico e politico, con tutti gli agi che si sperano da una posizione sociale elevata. Un messia che parla di una fine miserevole ma addirittura ignominiosa, come era la crocifissione romana, non dava nessuna credibilità. Pietro protesta in modo sdegnato: “Questo non ti accadrà mai!” e in tal modo diventa il precorritore di quella interpretazione del vangelo che lo vede unicamente rivolto al raggiungimento di una giustizia, di una liberazione e di una prosperità soltanto orizzontale. Gesù rifiuta in modo sdegnato questa via! La nostra gioia passa per una ricerca sincera della verità sulla nostra vita, scoprendo i talenti che Dio ha dato a ciascuno, con tutto il cuore, mente e forza,, amando con tutta la volontà, le scelte lavorative conformi alla volontà del Padre. Anche in una visione semplicemente ragionevole, la vita si realizza mandando a frutto i propri talenti. E questo è già: “Amore per la croce”. Pietro è dunque il portavoce di una schiera immensa di persone che fa una gran fatica ad accettare come prospettiva l’idea della croce. Questo è il motivo per cui, nella pagina evangelica di oggi, Gesù si prodiga a spiegare ai suoi discepoli come gli impegni quotidiani che contraddistinguono una civiltà cristiana, altro non sono che la concretizzazione della verità rivelata che si incarna nel perseverante e benedetto lavoro dei sei giorni settimanali e nella famiglia sacra e indissolubile. L’uomo non vuole vivere di miracolismi o di comodi colpi di bacchetta magica. Vuole giungere a sera potendo dire di aver perseverato nelle opere scelte innanzi al Padre, di averle amate con sincerità di cuore e volontà piena, così da poter dire: “tutto è compiuto e nelle mani del padre affido il mio riposo”. 

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