In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:] «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità». (Gv 17,1-11a)
Componiamo la scena. Solennemente addobbato il Cenacolo, l’abitazione dove Gesù ha radunato i discepoli per la lavanda dei piedi, la cena pasquale, la trasmissione dei suoi insegnamenti e la sua preghiera. Nel Cuore di Gesù battono i palpiti di chi va incontro alla Passione. Nei discepoli, invece, un misto di sentimenti, di gioia e di trepidazione, di fede e di insicurezza. Con immensa devozione ascoltano le parole sacre del Maestro che si rivolge al Padre e chiede per loro e per noi non l’esenzione dalla militia contro il mondo, inteso non come quello uscito innocente dalle mani di Dio, ma quello pervertito dal peccato che nella storia diventa rivoluzione dell’ordine della creazione. Egli chiede però per i Suoi un dono grandissimo: la protezione dal Maligno perché esso può inquinare i pensieri, contraffare le intenzioni, deformare il bene e lasciare l’anima superbamente incosciente della sua perdizione. Esiste infatti la perdizione dell’anima e non solo nel dramma di don Giovanni di Mozart che, rifiutando ogni invito alla conversione, muore mentre gli abissi infuocati dell’inferno si squarciano per inghiottirlo. Esiste “nel figlio della perdizione”, espressione tipicamente semitica con la quale Gesù evoca la dannazione di Giuda. E Gesù chiede infine per i Suoi la consacrazione: una separazione interiore dal mondo per essere dedicati al Padre e alla sua volontà, dedizione che si traduce storicamente nell’azione controrivoluzionaria. Il rivoluzionario sa che la Verità esiste, la ricerca, vi aderisce, l’approfondisce, la studia, ne individua i collegamenti che unificano lo scibile e ne gode. Sì, perché Gesù prega il Padre perché possediamo la pienezza della sua gioia. Ed è questo qualcosa di straordinariamente eccelso, offerto alla miseria della nostra condizione umana, destinata alla tristezza se priva di Cristo. Godere della sua gioia! Molti santi ne hanno parlato precisando come essa non solo non escluda ma includa una componente associata alla sofferenza. Per questo Santa Teresina di Lisieux dichiarò: «La mia gioia è di soffrire per Te, Gesù, senza che sembri che io soffra». Quanta sapienza nelle parole di San Filippo Neri: «State buoni se potete, ma state allegri»! In quegli stessi anni un altro grande santo, dottore della Chiesa, Francesco di Sales, insegnava: «la gioia è l’ottavo sacramento della vita cristiana» e don Bosco gli farà eco: «Il demonio ha paura della gente allegra». Dove c’è Cristo non c’è il demonio e dove non c’è il demonio c’è la gioia di Cristo.