Treschietto

PARROCCHIA SAN GIOVANNI  BATTISTA

Treschietto – 54021 Bagnone (MS)

Parroco: Don Angelo Boattin

 

 

Qualcuno potrebbe chiedersi perché un “foresto” pontremolese scrive alcune “pillole” di storia di Treschietto. Principalmente per l’amicizia che, per grazia di Dio, mi lega all’attuale parroco, secondariamente per la mia passione per la storia della terra lunigianese e, inoltre, non posso dimenticare che in questo piccolo paese, vegliato dai resti dell’antica rocca malaspiniana e rinomato per le sue “cipolle”, lavorò per un periodo di tempo mio nonno paterno con l’impresa boschiva pontremolese Mascagna.

In sintonia con quanto diceva Goethe nel Faust: “Ciò che hai ereditato dai Padri riconquistalo, se vuoi possederlo davvero”, credo che conoscere la storia delle nostre chiese sia un passo fondamentale per riconquistare le ragioni della nostra fede e delle nostre devozioni così da comprenderle e poterle “vivere”.

Cercherò, con l’aiuto di carte d’archivio, di tracciare, un poco alla volta, una storia ecclesiastica di Treschietto iniziando con il quadro che ricaviamo dalle prime due Visite Pastorali realizzate nel 1568 (Card. Lomellini, vescovo di Luni-Sarzana) e nel 1584. Quest’ultima, più dettagliata della prima, è una Visita Apostolica cioè effettuata da un visitatore apostolico in questo caso mons. Angelo Peruzzi, nato a Mondolfo nel Piceno, diocesi di Senigallia, che dal 1575 ricoprì tale incarico in ben 11 diocesi, tra cui, nel 1584, in quella di Luni-Sarzana. La Visita a Treschietto venne effettuata dal bolognese don Giovanni de Angelis a ciò delegato.

Due erano a Treschietto gli edifici di culto: la chiesa parrocchiale dedicata a S. Giovanni Battista e l’oratorio dei santi Rocco e Caterina posto nella villa dei Finali. Per ora ci soffermiamo su quest’ultimo. L’oratorio, non dotato di beni e officiato spessissimo dal Rettore di Treschietto, era stato costruito “ex devotione hominum, et Communis de Treschietto”, (per la devozione dei fedeli e della Comunità di Treschietto) probabilmente in seguito a una delle tante epidemie di peste che infierirono nel ‘500, come lascia presumere l’intitolazione a S. Rocco, Santo famoso per essere invocato contro le pestilenze.

Nell’edificio, con soffitto a volta che doveva essere intonacato e pitturato, vi era un unico altare, il quale, sebbene mancante di croce, paliotto e sgabello, era guarnito di una “icona valde pulchra”, cioè un’immagine molto bella. Qui i confratelli “Societatis Sanctae Caterinae” (Confraternita Santa Caterina) si radunavano ogni prima domenica del mese e in tutte le feste degli Apostoli per pregare e ascoltare l’ufficio recitato dal Rettore. La Confraternita, non dotata di un patrimonio fondiario ma sostenuta da semplici elemosine, era retta da un priore, un camerario, due consiglieri ed era provvista di appositi “visitatores infirmorum” deputati alla visita degli infermi e alla loro assistenza limitatamente alle proprie possibilità. Tutti gli ufficiali duravano un anno ed erano tenuti a rendere ragione della loro amministrazione ai nuovi ufficiali alla presenza del Rettore. Inoltre, la Confraternita aveva propri “capitula”, cioè un proprio statuto, che però non erano approvati per cui il Visitatore ne ordinava la trasmissione all’Ordinario diocesano per l’approvazione. Veniva, infine, proibito un’usanza, comune ad altre Confraternite lunigianesi, di fare “colatione”, cioè un rinfresco, al termine della lavanda dei piedi che i confratelli effettuavano, il Giovedì Santo, in una casa privata dove in genere si ritrovavano per trattare le questioni e gli affari della Confraternita.

A pochi metri dalla torre e dai ruderi del castello di Treschietto, si possono ancora intravedere parte dell’abside, del tetto e delle pareti dell’antica chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista sormontati dalle strutture di un oratorio costruitovi dopo il 1775 e dedicato all’Immacolata e all’Angelo custode. Sono piuttosto recenti le prime notizie relative a questa chiesa molto probabilmente perché essa all’inizio fu semplice cappella castrense dei Malaspina in quanto il borgo di Treschietto rientrava nella giurisdizione parrocchiale di Vico. La chiesa era, infatti, ubicata all’interno della cerchia muraria del “castello” dove si trovavano anche diverse case, tra cui la canonica, costituenti “il borgo”, nome oggi rimasto al prato tra i ruderi del castello e i ruderi della chiesa.

Risale al 7 maggio 1568 la prima notizia di questa chiesa come sede parrocchiale.  Si tratta della visita pastorale del card. Benedetto Lomellini, vescovo di Luni-Sarzana e amico di San Carlo Borromeo. Egli “visitò tutta la diocesi, fece il sinodo diocesano nella terra della Spezia coll’assistenza del Capitolo e dei canonici e altri preti della città e diocesi al numero di mille”.

Il rettore della parrocchia era il sacerdote Mariano di Treschietto. Costui non era munito di documenti che comprovassero la sua nomina per cui, volendo avvalorare la sua dichiarazione, asseriva di essere stato incaricato dal vescovo Silvestro [Benetti] “nel luogo di Massa”. La parrocchia era composta da 40 famiglie e la chiesa era data “in affitto” per dieci scudi annui. In essa non era conservato il SS.mo Sacramento per la povertà della popolazione: infatti la sua conservazione richiedeva il mantenimento della lampada con relativa spesa per l’olio, costoso visto la sua scarsità nelle nostre vallate. Il visitatore prendeva l’occasione di esortare la marchesa Leonora alla devozione verso l’Eucaristia al fine che essa si impegnasse a provvedere a tale mantenimento.

Venivano riscosse le decime costituite da un quarto di grano, mezzo barile di vino e un quarto di castagne secche per famiglia. Nella chiesa aveva sede la confraternita di S. Caterina di Alessandria (di cui si è parlato nel precedente articolo). Il Visitatore, infine, invitava il rettore a rimuovere la salma di un certo Melchione che era stata sepolta nella chiesa.

Dalla visita apostolica del 1584 apprendiamo nuovi particolari soprattutto sul conferimento dei sacramenti. La chiesa, di libera collazione del Vescovo di Luni-Sarzana, era retta da don Cipriano de Bellis e rendeva annualmente circa 40 scudi. Circa 200 persone della comunità parrocchiale erano ammesse alla comunione. Sopra l’altare maggiore era stato predisposto un bel tabernacolo ligneo e poiché non vi veniva ancora conservata in modo continuo l’Eucaristia si ordinava che provvedessero alle spese per metà il rettore e per l’altra metà la confraternita del Corpo di Cristo di cui si sollecitava la creazione.

La comunione veniva distribuita con il calice per cui si disponeva di acquistare una pisside. Siccome, poi, dopo la comunione veniva fatta la cosiddetta “purificazione” col vino non consacrato, questo era dato ai comunicati in un vaso di vetro e non nel calice per non ingenerare equivoci.  Anche agli infermi l’Eucaristia era portata nel calice percorrendo vie ardue e difficili mettendo a rischio il suo trasporto, veniva comandato l’acquisto di un vaso d’argento che doveva essere portato avvolto in un apposito panno. Il sacerdote, vestito di cotta e di stola, doveva, inoltre, essere sollecito nel conferire il sacramento dell’estrema unzione ai malati e doveva assistere i moribondi sino all’ultimo respiro. Nella chiesa erano conservati due appositi vasetti d’argento, uno, diviso in due parti, per il Crisma e per l’olio dei catecumeni, l’altro per l’olio degli infermi.

Per quanto riguarda il sacramento del battesimo apprendiamo che il fonte battesimale era indecente e posto in un luogo non conforme alle regole, per cui veniva disposta la realizzazione di una colonna e di un’apposita piramide lignea che lo ricoprisse. Tutto il battistero, poi, doveva essere chiuso con una balaustra. Viene precisato che il padrino e la madrina dovevano essere buoni cristiani e conoscere le preghiere fondamentali della Chiesa (Pater, Ave, Credo e i Dieci Comandamenti).

Le stesse cose erano richieste per il sacramento del matrimonio che doveva essere preceduto dalle pubblicazioni in chiesa. Per il sacramento della penitenza vi era il confessionale ma doveva essere restaurato secondo le norme. La dottrina cristiana, cosa purtroppo comune a quasi tutte le parrocchie della diocesi, non era insegnata e neppure veniva fatta la spiegazione del Vangelo durante la messa domenicale, per cui il Visitatore disponeva che venisse fatta la catechesi ogni giorno festivo e l’omelia alla domenica. In sacrestia era conservata una cassa con all’interno pochi paramenti liturgici, per cui veniva ordinato l’acquisto di due pianete, una bianca e una verde, munite di stola e di manipolo. Due erano i calici. Per la celebrazione della messa era usato il nuovo messale, detto “de riformatis”.

Circa la struttura dell’edificio essa era decente e ben tenuta. All’interno, sia per motivi igienici che per evitare il danneggiamento del pavimento, si vietata la sepoltura dei morti a meno che non si facessero appositi opercoli alle tombe e che questi fossero ben chiusi.

Vi erano tre altari: l’altare maggiore posto sotto la nicchia absidale che doveva essere dipinta; quello del marchese Gaspare posto in una cappella a volte, pure da imbiancare, e quello di S. Antonio abate che era dotato di una “icona” abbastanza bella raffigurante il Santo. Poiché in tale cappella erano sepolte le ossa dei morti, il Visitatore, richiamando le disposizioni del defunto Papa Pio V, ordinava di rimuoverle entro un mese e seppellirle nel vicino cimitero che era recinto da muri ma mancante della croce. La canonica era in cattive condizioni e il rettore abitava in una casa definita “domo patrimoniali”, per cui veniva disposto l’immediato restauro da parte degli uomini di Treschietto. L’Opera parrocchiale aveva un reddito di circa tre scudi che venivano reperiti tramite la questua fatta da due massari. Alla fine dell’anno venivano redatti i conti dell’amministrazione alla presenza del rettore. Per avere un quadro completo della vecchia chiesa alla fine del ‘500 va aggiunto che nel 1596 l’allora parroco don Giovanni Finali fece fare l’attuale quadro di S. Antonio, che sostituì “l’icona” sopra ricordata, e ciò in esecuzione agli ordini della visita pastorale del 10 maggio 1594, quando il visitatore aveva ordinato il rifacimento dell’altare e dei suoi ornati. Infatti nella tela è scritto: DIE XXIII MAII  MDXCVI R[ev]. D[ominus] I[oan]ne FINALIO, cioè “23 maggio 1596 [donata] da don Giovanni Finali”. Sempre da tale visita apprendiamo che l’altare dei Marchesi era dedicato alla Vergine e che la data di consacrazione della chiesa era il 4 agosto.

Paolo Lapi