Le dieci vergini (Mt 25, 1-13)

Il Timone, Anno VIII n. 57, Novembre 2006
don Pietro Cantoni


Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. 2 Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3 le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; 4 le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. 5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. 6 A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! 7 Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. 9 Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. 10 Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! 12 Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

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Le parabole sono un modo caratteristico di parlare di Gesù. Così caratteristico che appartiene a ciò che “tutti” sanno di Lui: chi ignora che Gesù di Nazareth è morto in croce e ha parlato in parabole? Parabola vuol dire letteralmente similitudine, paragone. Il linguaggio di Gesù è vivo perché è pieno di paragoni tratti dalla vita corrente. A volte quando uno parla non lo si capisce finché non fa un esempio. Allora, se l’esempio è concreto e da tutti conosciuto, l’occhio finalmente si illumina… Le parabole di Gesù sono così profonde che i dotti non smettono di approfondirle e così semplici che anche i bambini le capiscono. L’incontro naturale ed armonico di semplicità e profondità è caratteristico di ogni autentica saggezza e Gesù è la Sapienza incarnata.

Qui l’esempio è tratto dalla celebrazione di un matrimonio. Tutti gli ascoltatori avevano certamente – una volta o l’altra – partecipato, magari come protagonisti, ad un matrimonio. Nel matrimonio ebraico dei tempi di Gesù i festeggiamenti, con al centro ovviamente il banchetto nuziale, avvenivano a casa dello sposo e la parabola rievoca appunto il momento del suo arrivo, atteso da un gruppo di “damigelle d’onore” con delle lampade ad olio accese.

Nelle parabole spesso c’è “qualcosa che non va”. Come una stranezza, una stonatura. Per es. che il seminatore sparga il seme in mezzo alla strada o tra i sassi… Che il padrone della vigna paghi allo stesso modo quelli che hanno lavorato tutto il giorno e quelli che hanno faticato un’ora soltanto… Qui la “stranezza” è che le vergini sagge non prestino generosamente un po’ del loro olio alle stolte. Sono sagge, quindi buone, quindi generose… Perché allora questa grettezza?

Di solito però è proprio nella “stranezza” che si cela il nocciolo della parabola. Il paradosso serve per risvegliare l’attenzione e far tenere in attenta considerazione proprio ciò che – “strano” secondo il comune modo di agire degli uomini – getta però luce sul mistero del Regno dei Cieli. “Il regno dei cieli è simile…”. Quell’olio infatti le sagge non lo danno alle stolte per la buona ragione che non lo possono dare. Esso è quel qualcosa che deve scaturire dal cuore di ciascuno e solo così rende possibile il luminoso incontro con lo Sposo che sopraggiunge all’improvviso. Il lume della lampada è la vita teologale del cristiano, fatta di fede viva e quindi piena di amore e di speranza. Questa fiamma si alimenta con un olio che solo nella libertà può essere cercato e trovato e la libertà è proprio ciò per cui uno è quella persona che è e nessuno quindi lo può sostituire.

Un giorno un fedele si presentò dal suo parroco e gli chiese: “preghi per me, per favore!”. “Figliolo – rispose l’anziano e saggio sacerdote – io pregherò per Te, Te lo prometto, ma anche Tu devi pregare, altrimenti non Ti gioverà a nulla. Uno non può andare dal medico dicendo: “mangi per me per favore, perché io non ho fame”. Il medico gli può dare delle medicine per l’appetito, ma non può mangiare al suo posto”.

Nel famoso dialogo con Motovilov, Serafino di Sarov esorta il suo interlocutore ad “acquisire lo Spirito Santo” e spiega: “Vedete, voi comprendete bene che cosa significhi guadagnare denaro. La stessa cosa vale anche per quanto riguarda l’acquisizione dello Spirito divino. Vedete, illustre amico di Dio, siete voi in grado di comprendere che cosa significhi acquisire nel senso terreno? Lo scopo della vita sulla terra per le persone comuni consiste nell’acquisire o guadagnare denaro; per i nobili, oltre a ciò, consiste nell’ottenere onori, decorazioni e altre onorificenze per servizi resi allo stato. Anche l’acquisizione dello Spirito divino può considerarsi un capitale, solo che esso è benefico ed eterno e, esattamente come accade per un qualsiasi capitale caduco, accumulato in denaro o gradi, esso viene conseguito con mezzi molto simili tra loro. Il verbo di Dio, il Signore Dio nostro Gesù Cristo fattosi uomo, paragona la nostra vita a un commercio e definisce compere gli atti della nostra vita sulla terra. […] Nella parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte (Mt 25,1-13), quando a quelle stolte viene a mancare l’olio, è detto: “Andate a comprarne al mercato”” (Colloquio dello “Starec” Serafim con N. A. Motovilov sul fine della vita cristiana, in: Pavel Evdokimov, Serafim di Sarov uomo dello Spirito, Edizioni Qiqajon, Magnano (BI) 1996, pp. 72-73).

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