Gesù catechista, l’intervento di don Emanuele Borserini

Le domeniche XVII-XXI del Tempo Ordinario (anno B)

  • di Emanuele Borserini – Il secondo ciclo delle letture domenicali custodisce un piccolo tesoro liturgico: le domeniche dalla XVII alla XXI del Tempo Ordinario che ci hanno accompagnato lungo il mese di agosto. Riconosciamo facilmente come queste cinque domeniche costituiscano un gruppo omogeneo perché la Liturgia della Parola che presentano è caratterizzata dall’interruzione della lettura continua del vangelo secondo Marco per ospitare il capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni che esse ci offrono, nonostante qualche piccola omissione, quasi per intero. Questa sezione del quarto vangelo è la narrazione del famosissimo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci e della lunga catechesi che, attraverso livelli progressivi di incomprensione, Gesù mette in atto. Con questa organizzazione quasi da fiction, la liturgia ci introduce innanzitutto all’importanza di seguire fedelmente il percorso domenicale senza perderne nemmeno una puntata. Il racconto è così suddiviso: XVII Gv 6,1-15; XVIII Gv 6,24-35; XIX Gv 6, 41-51; XX Gv 6,51-58; XXI Gv 6, 60-69. Si tratta di un testo molto particolare che è stato ampiamente studiato dagli esegeti ma qui vogliamo provare a metterci in ascolto di un tipo particolare di esegesi, quella che ne fa la liturgia della Chiesa attraverso la sapiente combinazione di questi brani evangelici con le altre letture, con le orazioni e con le antifone cercando di intravvederne qualche brevissimo spunto. Tutto inizia con la Liturgia della Parola della XVII Domenica del Tempo Ordinario che presenta due versioni di un fatto eccezionale: la moltiplicazione del pane. L’accostamento del miracolo di Gesù ad un altro evento simile dell’Antico Testamento (2Re 4,42-44), mentre da una parte grazie ai numeri mette in risalto la sovrabbondanza e l’assoluta supremazia del gesto di Gesù su quello profetico, dall’altra dice che non si tratta di una cosa poi tanto innovativa e invita ad andare oltre la spettacolarità del momento per approfondirne il significato. Che ci sia qualcosa di più grande e nascosto sembrano annunciarlo anche le parole di Gesù perché, a differenza degli altri vangeli, in quello Giovanni è lui stesso che chiede come poter sfamare la moltitudine (v. 5), quasi volendo provocare e preparare i suoi discepoli a ragionare, a non accontentarsi di quel che si vede (v. 6). Ed ecco che essi rispondono molto razionalmente (v. 7), solo Andrea accenna ad un entusiasmo ma si spegne subito (v. 9). Per scorgere le grazie e i miracoli che in abbondanza ancora oggi Dio opera tra noi e per noi è necessario anzitutto ascoltare la sua parola, lasciarsi interrogare. Senza questa preparazione e questo rapporto costante non faremmo che andare alla ricerca di segni che non sono ancora la sostanza della fede proprio come quella folla che apre il racconto (v. 2). L’antifona alla comunione (Sal 102, 2) si fa dunque esortazione a ricordare i benefici del Signore per custodirli nel cuore e comprenderli nella loro vera identità. La sequenza dei gesti di Gesù, “prese” – “reso grazie” – “spezzò” (v. 11), non può non riportarci alla memoria un miracolo, quello più grande, più comune e più sottovalutato: l’Eucaristia. Anch’essa è un miracolo di moltiplicazione perché le poche preghiere, azioni di grazie, buone intenzioni, i piccoli atti di fede, speranza e carità che ognuno di noi nell’offertorio depone nel calice diventano nelle mani di Dio un fiume sovrabbondante di grazie per il mondo intero. Come diceva l’orazione sulle offerte della XVI Domenica del Tempo Ordinario dopo una bellissima anamnesi dei sacrifici antichi, “ciò che ognuno di noi offre in tuo onore giovi alla salvezza di tutti”. Di tutti: tutti i presenti, tutta la Chiesa sparsa nel mondo e misteriosamente anche tutti coloro che non credono. Questo è il nostro “servizio sacerdotale” per il quale ringraziamo nella Preghiera eucaristica II e che viene a più riprese evocato dalle orazioni sulle offerte (per esempio nelle Domeniche XXVII e XXX del Tempo Ordinario). Per saper accogliere e distribuire questo capitale di grazie, è necessario vivere la celebrazione con una vera actuosa participatio (cfr. Sacrosanctum Concilium, 14), con l’adesione del cuore e della mente alle parole e i gesti che la liturgia ci propone. Ascoltiamo, infine, la raccomandazione di Gesù di non sprecare nulla del cibo che egli ha moltiplicato e donato (v. 12). Può avvenire in molti modi il lasciare che vada perduta l’Eucaristia. Anzitutto per la disattenzione verso i frammenti del pane eucaristico e questo riguarda soprattutto il sacerdote, il diacono e coloro che lo ricevono sulle mani. Soprattutto avviene quando la riceviamo senza l’adeguata preparazione, senza esserci confessati, senza
    parteciparvi con assiduità ogni domenica o, peggio, lo fanno coloro che vi si accostano con
    l’intenzione perversa di essere notati dai parenti del defunto di cui si sta celebrando il funerale o con
    altre idee simili. Ma quand’anche avessimo osservato tutte queste buone prescrizioni, c’è ancora un
    rischio di sprecare l’Eucaristia: quando, dopo aver ricevuto in noi il corpo reale di Cristo, andiamo a
    rompere il suo corpo mistico con tutti quei peccati che minano l’unità della Chiesa e con le
    innumerevoli mancanze di carità verso i fratelli. La seconda epiclesi delle preghiere eucaristiche e
    molte orazioni dopo la Comunione non lasciano spazio a dubbi: il sacramento del corpo del Signore
    si manifesta nell’Eucaristia e nella Chiesa e la prima ci è donata per l’edificazione della seconda.
    Con la XVIII domenica inizia una grande mistagogia cioè un complesso discorso catechetico
    per il quale Gesù prende le mosse dall’evento simbolico sperimentato in prima persona dai suoi
    ascoltatori: la moltiplicazione dei pani e dei pesci che anche noi discepoli di oggi abbiamo vissuto
    la domenica precedente. Non solo il contenuto ma anche la modalità di fare catechesi di Gesù è un
    modello sempre valido. Tutti i documenti ecclesiali sulla catechesi ci ricordano che la mistagogia è
    la modalità più antica e venerabile e allo stesso tempo utile e attuale della catechesi. Egli parte da
    un fatto, un’esperienza del discepolo, e ne svela le potenzialità simboliche per giungere a rivelare la
    sua stessa identità, per farsi conoscere e instaurare un rapporto di amicizia con lui. E, per non far
    calare la tensione, ci mette subito un rimprovero ai suoi ascoltatori che non sanno cogliere questo
    significato profondo della realtà (v. 26). Poiché tutta la creazione è dono di Dio, essa parla tutta di
    Dio; tutto è in qualche modo sacramento, segno di qualcos’altro e in definitiva di Dio. Dobbiamo
    imparare ad ascoltare la sua Parola presente nel mondo perché noi siamo immersi nel Vangelo, la
    Parola di Dio ci circonda ed è ben più ampia di quella scritta. Dobbiamo imparare a guardare in
    profondità le cose, le persone, le situazioni che ci circondano per scorgervi l’amore di Dio. La
    dinamica sacramentale non è relegata alla celebrazione della liturgia, essa pervade l’universo e nella
    liturgia noi impariamo a riconoscerla e viverla. Gesù rimprovera ai suoi contemporanei l’ottusit
    della mente, la brevità dello sguardo, la mancanza di senso del mistero: ogni cosa per loro è solo
    fine a se stessa, lo cercano solo perché hanno mangiato ma non hanno capito che egli ha fatto un
    segno per provocare in loro una ricerca di senso. Questo è proprio quel comportamento da pagani
    dal quale mette in guardia la seconda lettura (Ef 4, 17.20-24). La fede parte dall’esperienza di un
    segno sacramentale e ha il suo compimento nell’esperienza, è per la vita: è concreta, non è un
    cumulo di discorsi. Il vero pane, infatti, è una persona, Gesù (v. 35). Non possiamo qui non
    ricordare il primo paragrafo del primo capitolo della prima enciclica di Benedetto XVI, Deus
    Caritas est: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì
    l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la
    direzione decisiva”. Lui crediamo, lui adoriamo, lui incontriamo nei divini misteri che stiamo
    celebrando. Solo lui sazia, con un pane “che porta in sé ogni dolcezza” come lo descrive l’antifona
    alla comunione (Sap 16, 20) la “fame di verità” che egli stesso ha “posto nel nostro cuore” (seconda
    colletta) e che nient’altro e nessun altro potrà colmare.
    La XIX Domenica ci introduce nel secondo momento di questa mistagogia il quale affronta una
    tentazione tipica dei principianti: pensare di aver capito tutto come quei giudei che pensavano di
    sapere già tutto di lui (v. 42) ma così facendo si precludono l’accesso alla sua vera identità, alla
    Novità che è venuto a portare. Per questo Gesù con una risposta di ben più ampio respiro li invita ad
    andare oltre ed esercitare ancora una volta la loro capacità simbolica. Effettivamente, pur non
    dicendo falsità su di lui essi vedevano solo una parte della verità. Noi abbiamo sempre una visione
    molto parziale delle cose e delle persone ed ecco che la frequentazione del mistero che la liturgia ci
    offre è una vera terapia della mente e del cuore perché apre a contemplare la realtà tutta insieme e,
    di conseguenza, insegna ad averne un grande rispetto. Atteggiamento molto diverso è quello di Elia
    descritto nella prima lettura (1Re 19,4-8): egli è affaticato e oppresso e grida la sua disperazione al
    Signore ma proprio per questo egli lo consola con il suo angelo e il suo cibo. È meglio faticare nella
    fede stando con Dio piuttosto che illudersi della propria minuscola visione delle cose. Questo è il
    vero “spirito di figli adottivi” che la colletta di questa domenica ci fa chiedere perché “ci dai il
    privilegio di chiamarti Padre”. La liturgia è un bagno nell’umiltà richiesta dalla fede: chiamiamo
    Dio padre solo per privilegio (colletta) e anche l’offerta che gli facciamo è lui stesso che l’ha posta
    nelle nostre mani (orazione sulle offerte). Essa, inoltre, ci mette davanti a noi stessi come siamo
    realmente, nella nostra abissale indigenza, sin dall’inizio con l’atto penitenziale perché se non ci
    rendiamo conto di chi siamo e che abbiamo estremo bisogno di Dio non la possiamo vivere con
    verità.
    Su questa solida base si innesta la liturgia della XX Domenica. Attraverso la valorizzazione di
    un aspetto letterario della pericope evangelica, cioè la sua evidente ripetitività, essa esprime la
    novità della liturgia cristiana: non si tratta più di una divinità che esige sacrifici dall’uomo ma è Dio
    che si dona gratuitamente a lui. È la verità che si scopre proprio andando oltre quel che si vede e
    meditando con pazienza la Parola di Dio. Questo spazio di riflessione sulla propria esperienza alla
    luce della Parola è un cardine della catechesi ma esso può essere fruttuoso proprio perché prima c’è
    stato un duro lavoro di presa ci coscienza e di uscita dai propri schemi mentali. La colletta può
    dunque proporre un chiaro e concreto percorso di vita cristiana mettendo in correlazione due
    termini: una richiesta decisamente alta, amare Dio sopra ogni cosa, ma anche il lungo e quotidiano
    cammino per raggiungerla, amandolo in ogni cosa. Una richiesta alta ma possibile se “infondi in noi
    la dolcezza del tuo amore”, per questo la liturgia lo fa chiedere. La prima lettura (Pr 9, 1-6) a questo
    punto si pone come un richiamo e un approfondimento della struttura di queste domeniche che
    abbiamo definito da fiction e che richiama alla fedeltà domenicale non tanto come un precetto da
    soddisfare quanto piuttosto come un irresistibile invito a pranzo. L’orazione sulle offerte, poi, è una
    bella descrizione della Messa: un “misterioso incontro fra la nostra povertà e la tua grandezza” in
    cui “noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio te stesso”. Così come la seconda
    lettura (Ef 5, 15-20): un’assemblea non radunata per alcun altro motivo se non per il nome di Cristo
    nel quale rendere grazie (letteralmente, fare eucaristia) a Dio, con salmi, canti e inni che
    coinvolgano il cuore e non solo la bocca. Descrizione completata dall’orazione dopo la comunione:
    il sacramento ricevuto ci fa “partecipi della vita di Cristo” per progressivamente “trasformarci a
    immagine del tuo Figlio”. Come sottolineato anche dall’antifona alla comunione (Sal 129, 7),
    questo avviene solo stando “presso” (apud) il Signore, incontrandolo e frequentandolo come
    avviene proprio nella liturgia. La mistagogia più che spiegazione è prossimità perché chi ha
    mangiato e bevuto di lui rimane in lui (versetto dell’Alleluia).
    Con il vangelo della XXI Domenica il cerchio delle incomprensioni si stringe: ora sono i suoi
    stessi discepoli a non capire ed è ai dodici che Gesù con estrema libertà e serietà chiede se vogliano
    andarsene anche loro (v. 67). Non si sta con lui per abitudine o altri reconditi motivi ma per una
    decisione continua e seria come quella enunciata nella prima lettura (Gs 24, 1-2.15-17.18b). Ogni
    giorno possiamo andarcene oppure convertirci. Tutta la celebrazione eucaristica di questa domenica
    si apre con il grido di fiducia e confidenza dell’antifona d’ingresso (Sal 85, 1-3). Siamo all’apice
    della catechesi, quando le verità contemplate si fanno scelta, dall’esperienza si torna all’esperienza.
    Ed ecco che la mistagogia rivolta ad una folla immensa approda nella risposta di fede di uno solo:
    Pietro (vv. 68-69). Quella di Gesù è una parola di vita che da senso a tutte le altre parole per questo
    le due collette che si possono usare in questa domenica chiedono l’una che nonostante tutto “siano
    fissi i nostri cuori dove è la vera gioia” e l’altra che nessuna parola umana ci allontani da quella
    divina “unica fonte di verità e di vita”. Una parola di vita ma anche dura come la seconda lettura (Ef
    5,21-32) dove, a partire dallo status della famiglia, san Paolo consegna due indicazioni per la
    felicità: essere sottomessi gli uni agli altri per aiutarsi a crescere nell’amore di Dio e dare se stessi
    come ha fatto Gesù. È necessaria una conversione continua perché la nostra natura ferita ci
    porterebbe invece a prevaricare e tenere tutto per noi stessi. Questa era l’ultima domenica, l’ultimo
    episodio della catechesi perché ora la scelta sta tutta al discepolo, ne ha tutti gli strumenti ma
    nessuno può farla per lui, nemmeno il catechista.

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