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	<title>Opus Mariae Matris Ecclesiae</title>
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	<description>Fraternità sacerdotale</description>
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		<title>Orientamento della preghiera e della vita</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 07:57:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Opus Mariae</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Catechesi liturgica 28 aprile 2013   “Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi” (Fil 2, 10). Orientamento della preghiera e della vita   di Emanuele Borserini &#160; Introduzione Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica pone la precisa domanda “che cos’è la liturgia?” e risponde: “La liturgia è la celebrazione del Mistero di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>Catechesi liturgica 28 aprile 2013</strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>“Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi” (Fil 2, 10).</strong></p>
<p align="center"><strong>Orientamento della preghiera e della vita</strong></p>
<p style="text-align: center;"> <a href="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/04/papa+francesco.jpg"><img class="alignnone  wp-image-1758" title="papa+francesco" src="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/04/papa+francesco.jpg" alt="" width="343" height="372" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>di Emanuele Borserini<br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Introduzione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica pone la precisa domanda “che cos’è la liturgia?” e risponde: “La liturgia è la celebrazione del Mistero di Cristo e in particolare del suo Mistero pasquale. In essa, mediante l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, con segni si manifesta e si realizza la santificazione degli uomini e viene esercitato dal Corpo mistico di Cristo, cioè dal Capo e dalle membra, il culto pubblico dovuto a Dio” (n. 218). Da questa definizione, si comprende che al centro dell’azione liturgica della Chiesa c’è Cristo, sommo ed eterno sacerdote, ed il suo mistero pasquale di passione, morte e risurrezione con cui egli ha offerto al Padre una volta per tutte un sacrificio perfetto (cfr Eb 9, 28). Le nostre celebrazioni liturgiche devono essere trasparenza di questa verità teologica perché “se nella celebrazione non emerge la centralità di Cristo non avremo liturgia cristiana” (Benedetto XVI, Udienza generale del 3 ottobre 2012).</p>
<p style="text-align: justify;">La liturgia è per definizione adorazione, cioè uscita da sé e dal proprio egocentrismo per riconoscere chi davvero ha il posto centrale nella vita, nella società, nell’universo e nella storia. La liturgia così intesa è scuola di vita privata e pubblica che apre al riconoscimento della signoria di Dio. “Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia” (papa Francesco, Omelia del 14 aprile 2013, Basilica di San Paolo fuori le mura). A Dio si deve culto, <em>te decet hymnus Deus in Sion</em> (Sal 65 (64)),  ma la bellezza del cristianesimo è che non si adora una vaga idea di Dio ma il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe (cfr a titolo di esempio per rimanere in contesto liturgico 1Re 18, 36) o meglio il Dio di Gesù Cristo il quale però proprio in Gesù Cristo si è dato a conoscere perfettamente. Egli è una Persona, un amico che si mette in relazione con noi attraverso un linguaggio specifico che è quello liturgico. Quello dell’adorazione, dunque. E per l’uomo il gesto che esprime l’adorazione è sin dalla più oscura antichità quello di piegare le sue ginocchia, nella genuflessione o addirittura nella prostrazione. “Gesù non è presente nel mistero eucaristico per essere adorato ma il fatto che sia presente impone l’adorazione” (Divo Barsotti, “Il mistero della Chiesa nella liturgia”, San Paolo, Alba 2007). La liturgia, inoltre, coinvolge tutto il cosmo: tutto ciò che si trova “nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10), prosegue il versetto da cui abbiamo estrapolato il titolo di oggi. È previsto (cfr OGMR 275a) che durante la liturgia si faccia un inchino al nome di Gesù (da cui derivano gli altri inchini della Messa cioè al nome delle tre Persone divine e di Maria), a quel nome che “al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2, 9) perché “in nessun altro c’è salvezza, non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato gli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4, 12). La Bibbia stessa, dunque, attesta che davanti a Gesù, al solo suo nome, ogni ginocchio si piega, addirittura chi è all’inferno (questo significa “sotto terra”) è ormai costretto a piegarsi davanti alla sua potestà. Non è un vago riconoscimento, ma vera e propria adorazione, piegamento di ginocchia, quindi liturgia. La liturgia che noi celebriamo sulla terra non fa che aiutarci a vivere qui e ora questa verità cosmica, non è una velleità questo piccolo segno del capo al sentire il nome del Salvatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Santo Padre Francesco, sorprendendo tutti coloro che per asservirlo alle proprie ideologie lo hanno superficialmente giudicato esente da qualsiasi sensibilità liturgica (per usare un eufemismo), già nel primo mese di pontificato ci ha donato ben due catechesi liturgiche di altissimo livello. Peraltro, ha anche dimostrato di saper utilizzare sapientemente entrambi i possibili canali della catechesi liturgica. Nella prima, infatti, ha usato un’immagine liturgica per spiegare una verità morale, nella seconda, invece, ha spiegato direttamente una formula liturgica. Leggendo i suoi discorsi e le sue omelie si intuisce molto bene che al centro di tutto il suo pensiero ci sia il Signore Gesù Cristo crocifisso per noi, segno ineludibile dell’amore misericordioso del Padre. Egli si pone così, ma non serviva dimostrarlo, in perfetta continuità con i suoi immediati predecessori pur nella grande differenza di stili che li contraddistingue. Proprio per questa centralità di Cristo, egli è anche naturalmente disposto a fare catechesi liturgica. Ma lasciamo la parola a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">“Le vesti sacre del Sommo Sacerdote sono ricche di simbolismi; uno di essi è quello dei nomi dei figli di Israele impressi sopra le pietre di onice che adornavano le spalle dell’efod dal quale proviene la nostra attuale casula: sei sopra la pietra della spalla destra e sei sopra quella della spalla sinistra (cfr Es 28, 6-14). Anche nel pettorale erano incisi i nomi delle dodici tribù d’Israele (cfr Es 28, 21). Ciò significa che il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele, dei nostri santi e dei nostri martiri, che in questo tempo sono tanti! Dalla bellezza di quanto è liturgico, che non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato, passiamo adesso a guardare all’azione. L’olio prezioso che unge il capo di Aronne non si limita a profumare la sua persona, ma si sparge e raggiunge “le periferie”. Il Signore lo dirà chiaramente: la sua unzione è per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli. L’unzione, cari fratelli, non è per profumare noi stessi e tanto meno perché la conserviamo in un’ampolla, perché l’olio diventerebbe rancido e il cuore amaro.” (Omelia del Santo Padre Francesco per la Messa crismale, 28 marzo 2013).</p>
<p style="text-align: justify;">“Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società. Per questo mi sembra importante sottolineare quello che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: “O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede” (Colletta del Lunedì dell’Ottava di Pasqua). E’ vero, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte. La grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali. Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla. Senza la grazia non possiamo nulla! E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio, di quella bella misericordia di Dio. Esprimere nella vita il sacramento che abbiamo ricevuto: ecco, cari fratelli e sorelle, il nostro impegno quotidiano, ma direi anche la nostra gioia quotidiana! La gioia di sentirsi strumenti della grazia di Cristo, come tralci della vite che è Lui stesso, animati dalla linfa del suo Spirito!” (Papa Francesco, <em>Regina coeli</em>, 1 aprile 2013)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Fare di Cristo il cuore del mondo”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si può dire che in tutto è in qualche modo impressa l’immagine di Cristo quindi tutto è potenziale simbolo di lui perché è per mezzo di lui e in vista di lui che tutte le cose sono state create (cfr Col 1, 16). Questa sacramentalità della realtà, poi, trova nell’Eucarestia il suo compimento e tutto il suo significato. È a mio parere affascinante constatare la pedagogia con cui Dio ci conduce a scoprirlo e conoscerlo sempre più attraverso l’approfondimento e la precisazione della dinamica del simbolo e del rito che è strutturalmente connaturata all’uomo in un procedimento che va dall’esterno verso il centro per poi tornare verso l’esterno. Mi spiego. Abbiamo detto che tutta la realtà è sacramentale, cioè immagine e in qualche modo simbolo di Cristo; non vi è nulla che esista fuori di Dio quindi completamente estraneo all’immagine del suo Verbo. Nell’insieme delle cose però ce ne sono alcune che più di altre portano in sé questa capacità di rimando in una ordinata e affascinante gradualità; ci sono elementi del cosmo più adatti di altri ad esprimere alcune verità su Dio. Pensiamo a tutte le immagini che popolano la letteratura biblica. Oppure pensiamo al trifoglio usato da San Patrizio per descrivere la Trinità. Senza scadere in un ingenuo panteismo (rischio oggi sempre meno infrequente), possiamo intravedere Cristo in ogni cosa, come del resto molti nostri santi e non di meno i profeti dell’Antico Testamento ci insegnano. Tra queste realtà ce ne sono alcune che oltre ad un’immagine portano con sé la capacità di veicolare anche una presenza di Dio: sono i sacramentali, quegli elementi o gesti naturali che il popolo di Israele prima e la Chiesa poi hanno assunto nei loro riti: l’olio, l’acqua, la benedizione … L’apice dei sacramentali è la parola di Dio scritta e in particolare il Vangelo. Da sempre i libri che contengono la sacra Scrittura e sono usati nella liturgia godono di una particolare venerazione, basti pensare all’evangeliario che viene portato in processione ed incensato. Inoltre, è certezza attestata dalla liturgia che il solo ascolto del Vangelo perdoni i peccati veniali, dice infatti la preghiera prevista per il sacerdote dopo la proclamazione del Vangelo: <em>per evangelica dicta deleantur nostra delicta</em>. Tra questi segni, sette riti ci sono indicati dalla Chiesa come certezza di contatto con l’opera efficace e salvifica di Cristo. Guardiamo la progressione. Per vedere il simbolismo della realtà basta l’intelletto umano, per i sacramentali è invece necessaria la fede di chi li amministra e di chi li riceve; infine, la responsabilità dei sacramenti è per così dire assunta direttamente da Dio il quale ci garantisce che attraverso la Chiesa l’uomo parla ma agisce Cristo, anche a prescindere dalla nostra fede. I sacramenti sono efficaci <em>ex opere operato</em> cioè per il fatto stesso che vengano amministrati. Gli esempi più immediati sono quelli del battesimo che può essere amministrato anche da un non cristiano a patto che faccia quello che con quel gesto intende fare la Chiesa, e della Messa che è valida anche se celebrata da un sacerdote indegno o scomunicato. I sacramentali lo sono, invece, <em>ex opere operantis</em>, si legano cioè alla fede dei credenti. Al di là di queste doverose sottolineature, proseguiamo ad osservare come il cerchio si sta stringendo perché tra i sacramenti ce n’è uno che non è solo presenza operante di Cristo ma sua presenza reale che rimane tale anche oltre la celebrazione. L’Eucarestia è il centro dei sacramenti, è come l’ultimo stadio possibile (dato a tutti, poi ci sono i doni mistici personalissimi) del percorso che abbiamo cercato di tratteggiare, la sua meta, il suo fine, il suo senso vero. Dalla più lontana immagine di Cristo si giunge fino a quest’ultimo velo il quale però è un velo che non nasconde ma manifesta Cristo stesso nell’unico modo a noi possibile da ricevere. È esattamente come la sua umanità che non nascondeva la divinità ma la manifestava nel modo che l’uomo può avvicinare. Nell’Eucarestia c’è Gesù con il suo vero corpo. Il percorso che abbiamo fatto è come un progressivo sollevamento di veli che pian piano ci porta al centro di tutto l’universo: Gesù Cristo, il Figlio di Dio davanti al quale ogni ginocchio si pieghi. Giunti a questo apice però non possiamo restare fermi a contemplarlo o meglio, senza smettere di contemplarlo, dobbiamo iniziare a seguirlo perché non è un centro statico ma è vita. Trovato il Signore, possiamo e dobbiamo seguirlo perché il suo amore è tanto forte che ci muove, “ci spinge” (2Cor 5, 14 che in latino è ben più eloquente: <em>urget nos</em>). È l’amore di Dio tanto forte che ci ha creati. E Gesù è il “Dio con noi”, il suo nome <em>Emmanuele</em> vuol dire proprio questo (cfr Mt 1, 23). Seguirlo significa andare con lui da questo centro a tutta la realtà fino alle sue “periferie”, come ama dire papa Francesco. Ed ecco che con lui potremmo rifare a ritroso tutto il percorso per portarlo e renderlo ovunque presente di una presenza che è riflesso della sua presenza reale nell’Eucarestia perché, come ha detto egli stesso: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20) e “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). E, come nella visione finale del profeta Ezechiele (cfr Ez 47) dal tempio, il luogo proprio della liturgia, esce un’acqua che risana tutte le acque della terra, così nella nostra liturgia troviamo la presenza centrale di Cristo per portiarla a tutti e tutto perché tutti e tutto risani. La sua è un’acqua che veramente risana perché dove e gli regna, regna la salvezza (cfr il dialogo con la samaritana di Gv 4, 1-26).</p>
<p style="text-align: justify;">Il cristocentrismo della liturgia è dunque segno efficace di quello che dovrebbe essere la regola di vita del cristiano. L’ “indole secolare” dei laici di cui parla il Concilio Vaticano II (cfr LG 31) consiste proprio in questo e risponde alla logica della creazione per cui all’interno di ogni realtà creata, pur ferita dal peccato, c’è il dito di Dio. Potremmo dire che non esiste un “profano” in senso stretto cioè qualcosa che cada totalmente fuori dalla potestà sacra di Dio. La sollecitudine missionaria della Chiesa che compete a tutti consiste nel far emergere l’immagine di Dio nelle cose del mondo, ripristinare il loro ordinamento verso Dio perché tutto ciò che esiste viene da Cristo, sussiste in lui ed è destinato a lui (cfr Col 1, 15-20). “L&#8217;indole secolare del fedele laico non è quindi da definirsi soltanto in senso sociologico, ma soprattutto in senso teologico. La caratteristica secolare va intesa alla luce dell&#8217;atto creativo e redentivo di Dio, che ha affidato il mondo agli uomini e alle donne, perché essi partecipino all’opera della creazione, liberino la creazione stessa dall&#8217;influsso del peccato e santifichino se stessi nel matrimonio o nella vita celibe, nella famiglia, nella professione e nelle varie attività sociali” (Giovani Paolo II, Esortazione postsinodale <em>Christifideles laici</em> 15). Porre Cristo al centro ci da la possibilità di ordinare anche tutto il resto. La liturgia ha questa potenza simbolica perché l’unica mediazione di Cristo passa necessariamente per la mediazione della Chiesa e dei suoi segni sacramentali. Cristo è il capo del corpo che è la Chiesa (cfr Col 1, 18), ma non è solo capo: “la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile &#8230; la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall&#8217;amore” (Santa Teresa di Gesù Bambino, <em>Manuscrits autobiographiques</em>, Lisieux 1957, 227-229). Questo cuore è Gesù che la ama e la vivifica continuamente pulsando in essa e, attraverso di essa, in tutto il mondo il suo stesso sangue perché egli è Dio e “Dio è amore” (1 Gv 4, 16). Dice l’antifona al cantico (Ef 1, 3-10) dei Vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio: “Ora si compie il disegno del Padre: fare di Cristo il cuore del mondo”. Egli lo è e nella liturgia ci è mostrato: a noi renderlo tale per tutti gli uomini!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cristo “altare, vittima e sacerdote”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La liturgia pone al suo centro il Signore Gesù Cristo perché egli è “sempre vivo per intercedere per noi” (Eb 7, 25). Anzi, la liturgia esiste proprio perché c’è una fondamentale mediazione di Cristo. Ma questo va inteso bene: egli non è un semplice mediatore come gli eroi della grande e preziosa mitologia dei popoli antichi. Ricordiamo che questa esperienza religiosa originaria è importantissima ed è anch’essa ordinata a Cristo perché “in Cristo il mito si è fatto storia” scrisse una volta J. R. R. Tolkien all’amico C. S. Lewis suscitandone la conversione. Egli non è un intermediario ma un vero mediatore, è Dio stesso fatto uomo (sulla differenza cfr papa Francesco, Omelia per le ordinazioni sacerdotali, 21 aprile 2013). Abbiamo descritto più volte la liturgia nei termini della comunicazione tra l’uomo e Dio. Nella liturgia cristiana però c’è molto di più perché da quando il Verbo si è fatto carne, nulla può essere più lo stesso in questo dialogo: alla parola di Dio che chiama e dell’uomo che risponde (sostanzialmente la struttura della rivelazione veterotestamentaria), subentra una sola Parola che è insieme parola di Dio e dell’uomo, Cristo Gesù, la Parola nella quale l’uomo e Dio divengono davvero uno. Il dialogo d’amore che nell’eternità si svolge tra il Padre e il Figlio, attraverso il Figlio, è partecipato anche a noi. Dio si comunica a noi attraverso il Figlio e anche per noi l’unica possibilità per comunicare con Dio è, di conseguenza, il Figlio stesso. L’unicità di questa mediazione è tanto vera che il prefazio VII del Tempo Ordinario può poeticamente dire a Dio Padre: “hai amato in noi ciò che tu amavi nel Figlio”. Cristo sta al centro di tutto e non può che essere così. Questo però non esclude ma, anzi, comporta che attorno a un centro ci sia un contorno. Un centro è tale proprio perché è centro di qualcosa altrimenti sarebbe un punto solitario ma non un centro. Ed ecco allora che attorno a questo cuore vive un corpo che è la Chiesa, quindi ognuno di noi. Possiamo dire a ragione che quando partecipiamo ad essa siamo “protagonisti” della liturgia ma con ciò affermiamo implicitamente il motivo per cui lo siamo: l&#8217;incorporazione a Cristo. Diversamente saremmo protagonisti di una penosa farsa, come abbiamo ampiamente visto nella catechesi sulla libertà. L’orientamento adorante di questo corpo verso il suo cuore ci aiuta anche a capire meglio la necessità dell’incorporazione a Cristo cioè del sacramento del battesimo. È attraverso questo momento liturgico che entriamo a far parte del corpo di Cristo, la Chiesa, la quale proprio per questa con-corporeità con Cristo può unirsi e unire tutti i suoi membri al sacrificio perfetto di Cristo. Come una volta entrammo nella Chiesa per mezzo dell’acqua del battesimo, così ogni volta che entriamo in chiesa siamo invitati a prendere l’acqua benedetta dalla pila e segnarci con il segno della croce. Questo principio dell’alleanza stabilita personalmente il giorno del battesimo viene poi rinnovato ogni domenica, giorno del Signore a cui tutti gli altri sono orientati, con il rito (purtroppo facoltativo) dell’aspersione domenicale sul popolo di Dio radunato per la celebrazione dell’alleanza eterna. Il segno di croce fatto con l’acqua benedetta ha anche un valore catechetico enorme perché appena entrati in chiesa facciamo memoria delle due verità fondamentali della fede che anche i due motivi per cui siamo lì: la Trinità e la croce.</p>
<p style="text-align: justify;">È Cristo colui che presenta la nostra offerta al Padre perché in lui gli elementi del sacrificio sono contemporaneamente presenti: egli è insieme “altare, vittima e sacerdote” (Prefazio pasquale V). Questi sono nell’esperienza religiosa universale i simboli della mediazione: il sacerdote è colui che rappresenta Dio davanti al popolo e il popolo davanti a Dio, la vittima è il sacrificio il cui odore che sale al cielo mette in comunicazione l’offerente e Dio stimolandolo a rivolgergli la sua attenzione, l’altare poi è lo spazio dove questa propiziazione si svolge nel tempo. Non esiste altra via per presentare un’offerta al Padre che gli sia gradita: “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14, 5). Una facile obiezione è qui che il rapporto personale con Gesù si vive nel cuore, a tu per tu, non in chiesa, quante volte l’abbiamo sentito … tuttavia, le due cose non solo non sono in contraddizione ma sono necessarie l’una all’altra: una preghiera personale che non si confronti con la preghiera della Chiesa (= la liturgia) e da essa non si lasci illuminare è quantomeno pericolosa perché il rischio di passare dal dialogo al monologo è sempre dietro l’angolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte le preghiere liturgiche terminano esprimendo il nome di Gesù: “Per Cristo nostro Signore” oppure “Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli”. Questa è la struttura fondamentale di qualsiasi preghiera anche inconsapevole: ogni domanda o lode è rivolta al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo perché la forma sostanziale della liturgia è l’offerta del Figlio al Padre nello Spirito Santo. Questa struttura liturgica è la stessa che costituisce la comunione, chiave di lettura e termine tecnico preciso per tutti i rapporti dell’uomo con Dio e con gli altri uomini. Tutto per il cristiano tende non alla sottomissione degli altri o di Dio (magia) e nemmeno alla fusione indistinta con essi (panteismo) bensì a una relazione precisa che risponde al nome di comunione: perdersi per trovarsi proprio come Gesù sulla croce. Essa si attua “con il Padre, per Cristo, nello Spirito Santo” (Congregazione per la dottrina della fede, Lettera <em>Communionis notio</em> 4). Uno è Cristo, una è la Chiesa e una è l’Eucarestia, per questo la comunione ecclesiale ha il suo centro visibile nell’Eucarestia, sacramento del centro di tutto che è Cristo. La centralità di Cristo e quindi del sacramento dell’Eucarestia spiega anche perché così spesso liturgia è sinonimo di Eucarestia, apparente confusione che spesso si incontra anche in questo testo; il motivo è proprio la centralità di Cristo resa visibile primariamente dall’Eucarestia, poi dagli altri sacramenti e poi da innumerevoli altre cose. L’unione sempre più profonda, che la partecipazione all’unica Eucarestia alimenta tra gli uomini stringendoli tra loro, li stringe anche sempre di più verso il centro di questo ideale cerchio. “Dal lasciarsi attirare nelle braccia aperte del Signore ne consegue l’inserimento nel suo corpo unico e indiviso” (<em>Ibid</em>. 11). La comunione non solo all’interno della Chiesa visibile ma anche di essa con quella trionfante (i santi in Paradiso) e purgante (le anime del Purgatorio) la cui intercessione è continuamente ricordata nella liturgia con le formule e le feste del calendario si fonda nell’unica intercessione di Cristo a favore delle sue membra (cfr Eb 7, 25). La celebrazione eucaristica non può mai essere di un singolo o della sola comunità ma, proprio per l’unione a Cristo, è anche sempre universale ed in essa è presente la Chiesa universale perché tutta è orientata a questo centro. Lo sentiamo nella preghiera più importante della Messa, la preghiera eucaristica, allorché nomina espressamente il papa e il vescovo, “tutto il clero e il popolo che tu hai redento” (Preghiera eucaristica III).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecce lignum crucis in quo salus mundi pependit</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il sacrificio di Cristo che ci ha procurato la salvezza si è consumato in un luogo preciso: la croce. Il versetto di intronizzazione della croce il Venerdì santo la presenta appunto come il legno da cui pende la salvezza del mondo facendo questa perfetta identificazione tra la salvezza e il Signore Gesù. La celebrazione della salvezza trova dunque il suo significato nella celebrazione di Cristo. Da molti secoli il segno scelto dalla Chiesa per l’orientamento del cuore e del corpo durante la liturgia è la raffigurazione di Gesù crocifisso perché egli stesso ha detto “quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12, 32) dando compimento alla profezia che dice: “volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Zc 12,10; Gv 19, 37; Ap 1,7). San Paolo ci ricorda un’esperienza che tutti prima o poi facciamo nella vita, quella cioè di scoprire che “passa la scena di questo mondo” (1Cor 7, 31). Ma se tutto passa, c’è qualcosa a cui possiamo aggrapparci? Solo la croce ci può dare un orientamento stabile e sicuro, <em>stat crux dum volvitur orbis</em> recita il motto dei monaci certosini. Ecco perché, seppur in solo giorno all’anno, il Venerdì santo, si parla di vera e propria adorazione della croce e davanti alla reliquia di essa tradizionalmente si fa la genuflessione come per l’Eucarestia. “La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” (1 Tm 2, 5). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, “si è unito in certo modo ad ogni uomo” (GS 22) egli offre “a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” (<em>ibid.</em>). Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo (cfr Mt 16, 24), poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme (cfr 1 Pt 2, 21). Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari (cfr Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24). Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice (cfr Lc 2,35). “Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo” (Santa Rosa da Lima; cf. P. Hansen, <em>Vita mirabilis</em>, Louvain 1668)” (CCC 618).</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che la liturgia ponga Cristo al centro significa che pone al centro la verità perché egli è “la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6). Questo ci spinge a fare continuamente anche la verità su noi stessi che è poi la vera umiltà. “Una volta stavo considerando quale poteva essere la ragione per cui nostro Signore ama tanto la virtù dell’umiltà … Deve essere perché Dio è la somma <em>Verità</em> e l&#8217;<em>umiltà</em> consiste nel procedere nella <em>verità”</em> (Santa <em>Teresa</em> di Gesù, <em>Castello Interiore</em> VI, 10,7). Ci sono almeno due esempi nella liturgia che ci aiutano a tradurre in pratica e a crescere in questo “fare” la verità su di sé. Anzitutto l’invito a riconoscere i nostri peccati e a confessarci peccatori proprio all’inizio della Messa con l’atto penitenziale, il quale non è certo il sacramento della riconciliazione ma è un ottimo esercizio per i discepoli della Verità. E poi il massiccio impiego della preghiera liturgica dell’Antico Testamento, i Salmi nei quali nulla è tenuto nascosto, nemmeno i sentimenti più turpi che passano per il cuore dell’uomo; si pensi alla forza delle immagini dei Salmi definiti “deprecatori”. La verità ci porta a riconoscere la necessità continua che abbiamo di conversione. Secondo le ricostruzioni archeologico liturgiche la struttura a più navate delle chiese deriva dal fatto che i fedeli stavano in quelle laterali mentre la navata centrale era riservata alle processioni dei ministri. Questo comportava che fossero per lo più rivolti verso il centro della navata, c’era però ad un certo punto l’invito, probabilmente fatto dal diacono, <em>conversi ad Dominum</em> (<em>Agostino</em>, Sermone 183), nel momento in cui tutti, sia i fedeli sia i ministri si rivolgevano all’altare per la parte sacrificale della Messa. Da questo esercizio liturgico di lasciare ogni altra distrazione e porsi nella direzione verso il Signore nasce la conversione continua della vita. La vita cristiana è tale non perché si fanno cose straordinarie ma, al contrario, perché possiamo fare le stesse cose di sempre “tenendo fisso lo sguardo su Gesù” (Eb 12, 2).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oriens nomen eius</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei sulla terra e sotto terra”: tutto il creato si unisce alla lode del suo creatore innalzata da Cristo capo di tutto e in particolare della Chiesa suo corpo. Il creato tutto è una grande liturgia che con la sua sola esistenza proclama la grandezza del suo creatore. In un mondo che vaga disperso in un antropocentrismo falso e che si illude di essersi fatto da sé, la riscoperta della verità della creazione è fondamentale. Anche l’edificio sacro anticamente accoglieva in sé il cosmo perché era costruito verso est, dove il sole simbolo di Cristo sorge, invitando così anche il sole, che ci è necessario alla vita, ad essere segno della lode a Dio e del mistero di Cristo. Nella Liturgia delle Ore, il cantico delle Lodi della domenica della I settimana del salterio (Dn 3, 57-88) è proprio un invito a tutto il cosmo in ogni suo grande e piccolo componente affinché lodi il Signore “e lo esalti nei secoli”. Questo pregare verso est che rende il cosmo simbolo di Cristo e quindi ambito della preghiera fu nei luoghi di riunione dei cristiani ben presto sottolineato da un segno di croce sulla parete orientale. Inizialmente come segno di Cristo che ritorna ma assunse nel tempo sempre di più il riferimento alla passione storica del Signore: il precetto della forma straordinaria secondo cui sull’altare deve stare una croce ha come sfondo di riferimento questa tradizione cristiana primitiva. Interessante a questo proposito è la quinta antifona maggiore, <em>O Oriens</em>, che fa riferimento alla profezia di Zaccaria oggi tradotta come “si chiama Germoglio” mentre la Vulagta riportava “Oriente è il suo nome” (cfr Zc 6, 12): “O astro che sorgi, splendore di luce eterna, e sole di giustizia, vieni ed illumina coloro che siedono nelle tenebre e nell&#8217;ombra della morte”. Le “antifone maggiori” o “antifone in O” sono delle antichissime invocazioni al Messia chiamato con vari titoli (Sapienza, Adonai, Radice di Iesse, Chiave di Davide, Oriente, Re delle genti e Emmanuele) strutturate su parole dei profeti e assegnate agli ultimi sette giorni che precedono il Natale come antifone al <em>Magnificat</em>. L&#8217;invocazione a Cristo come Oriente richiama anche un passo del suo discorso escatologico: nella sua seconda venuta Cristo verrà dall’Oriente (cfr Mt 24,27). La celebrazione eucaristica è escatologica per definizione cioè viene celebrata <em>donec venias</em>, finché il Signore ritornerà. Ma è anche “escatologia realizzata” (cfr Joseph Ratzinger, “Escatologia. Morte e vita eterna”, Cittadella editrice 2008) perché il fine di tutta la creazione, Gesù, è lì realmente presente. La Chiesa dunque è tutta rivolta ad aspettare il suo Signore che tornerà definitivamente e anche fisicamente questa attesa era espressa dal celebrare verso Oriente. La tendenza della Chiesa a Cristo la pone nel già e non ancora perché egli è il fine di tutto e la liturgia rende presente questo fine: i giorni tra la prima e l’ultima venuta del Signore sono i tempi qualitativamente ultimi in cui l’Eucarestia ci da il già per vivere il non ancora. La liturgia è come una sosta in questo cammino, dice infatti una delle formule possibili per l’esortazione a pregare nell’Offertorio: “Pregate, fratelli e sorelle, perché il sacrificio della Chiesa, in questa sosta che la rinfranca nel suo cammino verso la patria, sia gradito a Dio Padre onnipotente”. Non solo la Chiesa lo attente ma tutto il cosmo perché egli è “sacramento universale di salvezza” (Colletta del martedì della II settimana di Pasqua). “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20): aspettiamo il Signore, egli tornerà da Oriente, ma non ci abbandona perché in modo sacramentale è continuamente presente nell’Eucarestia e abbiamo visto che questa presenza reale non è che il culmine degli innumerevoli modi in cui si rende presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un bel pensiero da rispolverare nella liturgia ma stringente condizione per tutta la vita cristiana: “Gesù deve regnare” (1Cor 15, 25). È significativo che come conclusione dell’anno liturgico si celebri la festa di Cristo Re dell’Universo. La sua centralità stabile nell’universo e verso cui l’universo stesso è indirizzato lo rende signore di tutto. Cristo al centro, re della vita di ognuno di noi è anche l’unica garanzia di vera gioia se da lui ci lasciamo strappare alla schiavitù di noi stessi e ci apriamo all’amore. Questa è “perfetta letizia” (San Francesco d’Assisi) perché egli stesso ci ha promesso “cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna” (Mc 10, 30).</p>
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		<title>Milano, 6 maggio 2013</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 13:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Opus Mariae</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Milano lunedì 6 maggio 2013 alle ore 21 si terrà un incontro con Don Pietro Cantoni, Moderatore dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, sul tema: L’Oscuro Signore Il diavolo e il mistero del male nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Nel corso della serata verrà presentato il libro di don Pietro Cantoni: L’Oscuro Signore – Introduzione alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">A Milano </span><span style="font-size: medium;"><strong>lunedì 6 maggio 2013</strong></span><span style="font-size: medium;"> alle ore 21 si terrà un incontro con </span><span style="font-size: medium;"><strong>Don Pietro Cantoni</strong></span><span style="font-size: medium;">, Moderatore </span><span style="font-size: medium;"><em>dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, sul tema:</em></span></div>
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<div style="text-align: center;"><span style="color: red; font-size: medium;"><strong>L’Oscuro Signore</strong></span></div>
<div style="text-align: center;"><span style="color: red; font-size: medium;"><strong>Il diavolo e il mistero del male nel Catechismo della Chiesa Cattolica. </strong></span></div>
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<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel corso della serata verrà presentato il libro di don Pietro Cantoni: </span><span style="font-size: medium;"><em>L’Oscuro Signore – Introduzione alla Demonologia, </em></span><span style="font-size: medium;">ed. Sugarco 2013.</span></div>
<div style="text-align: justify;" align="justify"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;incontro si terrà presso la Sala don Davide Albertario dell’Oratorio Sant’Agnese, in Corso Manusardi 7 (Piazza XXIV Maggio &#8211; Porta Ticinese) ed è promosso dalla Comunità parrocchiale di San Gottardo in collaborazione con Alleanza Cattolica e la rivista </span><span style="font-size: medium;"><em>Medjugorje. La presenza di Maria</em></span><span style="font-size: medium;">.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Un libro sul demonio che vuole essere « consolante ». Se questo è lo scopo, a qualcuno verrà da pensare che l’argomento sia sbagliato: che cosa ci può essere di consolatorio nella contemplazione del regno delle tenebre e dei suoi abitanti? La « Terra di Mordor » – per ricorrere all’immagine letteraria del <em>Signore degli Anelli </em>– ha forse questo di caratteristico: è letteralmente sconsolante. Eppure la vicenda, se seguita sino in fondo, è bella di una bellezza vera, cioè tale da soddisfare le aspirazioni e le speranze profonde, spesso a lui stesso nascoste, del lettore. Una bella lettura è come un viaggio, di cui la <em>Divina Commedia </em>ci offre un altro esempio letterario sublime. Non si tratterà però di una fuga dal reale? No, non è una fuga, ma realismo estremo, e per arrivare a convincersene può essere utile la lettura il più possibile attenta di queste pagine, che narrano di una sconfitta, la più grande sconfitta della storia del mondo. Una sconfitta definitiva, cioè eterna, che è l’ombra in negativo di una meravigliosa ed affascinante vittoria di cui il Vangelo è la narrazione fedele. Il demonio, <em>L’Oscuro Signore</em>, in fondo è sconfitto e anche noi lo possiamo sconfiggere nella misura in cui, con la fede, ci affidiamo interamente all’Uomo più forte di lui che è Gesù nostro Signore.</div>
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<div style="text-align: center;"><a href="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/04/loscuro-signore1.jpg"><img class="alignnone  wp-image-1748" title="l'oscuro signore" src="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/04/loscuro-signore1.jpg" alt="" width="518" height="750" /></a></div>
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		<title>Pistoia, 12 aprile 2013</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Apr 2013 09:50:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Conferenza di Don Pietro Cantoni sul tema &#8220;Il Credo e il Catechismo della Chiesa Cattolica&#8221;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/04/pistoia.jpg"><img class="alignnone  wp-image-1736" title="pistoia" src="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/04/pistoia.jpg" alt="" width="592" height="840" /></a></p>
<p><span style="color: #ffffff;">Conferenza di Don Pietro Cantoni sul tema &#8220;Il Credo e il Catechismo della Chiesa Cattolica&#8221;</span></p>
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		<title>Rolando Rivi</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 09:48:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Papa Francesco ha riconosciuto il martirio &#8220;in odium fidei&#8221; del seminarista Rolando Rivi: all&#8217;intercessione del novello Beato affidiamo le vocazioni della nostra Fraternità sacerdotale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Papa Francesco ha riconosciuto il martirio &#8220;in odium fidei&#8221; del seminarista Rolando Rivi: all&#8217;intercessione del novello Beato affidiamo le vocazioni della nostra Fraternità sacerdotale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/04/rolandorivi.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1733" title="rolandorivi" src="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/04/rolandorivi.jpg" alt="" width="169" height="226" /></a></p>
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		<title>Affidiamo a S.Giuseppe papa Francesco</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 10:32:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Opus Mariae</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opus Mariae]]></category>

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		<description><![CDATA[A San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, affidiamo il Pontificato di Papa Francesco che oggi inizia solennemente. &#160; Oratio ad Sanctum Josephum (Papa Leone XIII) Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra confugimus, atque, implorato Sponsae tuae sanctissimae auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter exposcimus. Per eam, quaesumus, quae te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, affidiamo il Pontificato di Papa Francesco che oggi inizia solennemente.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/03/papafrancesco.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1726" title="papafrancesco" src="http://www.opusmariae.it/wp-content/uploads/2013/03/papafrancesco-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Oratio ad Sanctum Josephum</strong></p>
<p style="text-align: center;">(Papa Leone XIII)</p>
<p>Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra confugimus, atque, implorato Sponsae tuae sanctissimae auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter exposcimus. Per eam, quaesumus, quae te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit, caritatem, perque paternum, quo Puerum Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur, ut ad hereditatem, quam Iesus Christus acquisivit Sanguine suo, benignus respicias, ac necessitatibus nostris tua virtute et ope succurras.<br />
Tuere, o Custos providentissime divinae Familiae, Iesu Christi sobolem electam; prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum ac corruptelarum luem; propitius nobis, sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate tenebrarum certamine e caelo adesto; et sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitae discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio, ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte vivere, pie emori, sempiternamque in caelis beatitudinem assequi possimus.<br />
Amen.</p>
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		<title>&#8220;Redemptoris Custos&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 10:24:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Opus Mariae</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli Vari]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo le encicliche Redemptor hominis (1), Dives in misericordia (2), Dominum et vivificantem (3) e Redemptoris Mater (4) — dedicate rispettivamente al Verbo incarnato, a Dio Padre, allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria —, nell’opera magisteriale del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II non poteva mancare un documento su san Giuseppe, il cui incipit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Dopo le encicliche <em>Redemptor hominis</em> (1), <em>Dives in misericordia</em> (2), <em>Dominum et vivificantem</em> (3) e <em>Redemptoris Mater</em> (4) — dedicate rispettivamente al Verbo incarnato, a Dio Padre, allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria —, nell’opera magisteriale del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II non poteva mancare un documento su san Giuseppe, il cui <em>incipit</em> suona appunto <em>Redemptoris Custos </em>(5). All’interno di questa ideale &#8220;pentalogia&#8221;, l’esortazione apostolica giuseppina si affianca in modo particolare alle encicliche <em>Redemptor hominis</em> e <em>Redemptoris Mater</em>, dove l’accento è posto, insieme, sul mistero dell’Incarnazione e su quello della Redenzione, un’accentuazione che riflette perfettamente i temi dominanti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II, cioè Cristo e l’uomo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Nella prospettiva di una grande e radicale evangelizzazione, che deve essere innanzitutto una ri-evangelizzazione, il Santo Padre ripropone i fondamenti della fede in modo organico e sistematico a partire dalle profondità del mistero di Dio: anzitutto il mistero &#8220;necessario&#8221;, la Trinità; quindi il mistero &#8220;libero&#8221;, quello dell’economia liberamente scelta da Dio per salvare l’uomo, l’incarnazione, passione, morte e risurrezione del Redentore. Il punto di congiunzione dei due misteri, il punto &#8220;focale&#8221;, è Gesù Cristo in cui Dio rivela insieme sé stesso e la sua volontà di salvezza e che non può essere disgiunto da coloro che sono stati, per libera ma non arbitraria scelta divina, intimamente e indissolubilmente coinvolti nella sua &#8220;venuta nella carne&#8221; (6).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Il procedimento è rigorosamente teologico, di una teologia però che non disdegna di farsi anche meditazione in ossequio al principio che la pietà deve essere teologica e la teologia deve comunicare verità vive e vivificanti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Così, dopo aver ricordato il centenario del principale documento precedente del Magistero su san Giuseppe, l’enciclica <em>Quamquam pluries </em>di Papa Leone XIII (7) — centenario che costituisce l’occasione prossima dell’esortazione apostolica <em>Redemptoris custos </em>—, e che il <em>&#8220;disegno redentivo</em> [...] ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione<em>&#8220;</em> (n. 1), Papa Giovanni Paolo II abbozza, su questo fondamento (8), i lineamenti di una &#8220;teologia di san Giuseppe&#8221;. Il punto di partenza è un passo del Vangelo secondo san Matteo: <em>&#8220;Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: &#8220;Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati&#8221;.</em> [...] <em>Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa&#8221; </em>(9). In queste parole il Sommo Pontefice vede <em>&#8220;una stretta analogia&#8221;</em> (n. 3) con l’annunciazione a Maria. Come per Maria, nella generosa risposta a questo annuncio sta l’autentica grandezza di san Giuseppe: come Maria è grande per aver concepito il Verbo <em>&#8220;prima con la mente che con il corpo&#8221;</em> (10), così la &#8220;giustizia&#8221; di Giuseppe è tutta nella sua obbedienza alla parola del Signore, espressione purissima di <em>&#8220;obbedienza della fede&#8221;</em>. <em>&#8220;Per la verità, Giuseppe non rispose all’&#8221;annuncio&#8221; dell’angelo come Maria, ma </em>&#8220;fece<em> come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa&#8221;.</em> Ciò che egli fece è purissima &#8220;obbedienza della fede&#8221;<em> (cfr.</em> Rm <em>1, 5;16, 26;</em> 2 Cor <em>10, 5-6).</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;"><em>&#8220;Si può dire che</em> quello che Giuseppe fece<em> lo unì in modo del tutto speciale alla fede di Maria:</em> egli accettò<em> come verità proveniente da Dio</em> ciò che ella aveva già accettato<em> nell’annunciazione. Il Concilio insegna: </em>&#8220;A Dio che rivela è dovuta ’l’obbedienza della fede’, per la quale l’uomo si abbandona totalmente e liberamente a Dio, prestandogli ’il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà’ e assentendo volontariamente alla rivelazione da lui fatta&#8221;[Cost. dogm. sulla divina Rivelazione <em>Dei Verbum</em>, 5]. La frase sopracitata<em>, che tocca l’essenza stessa della fede,</em> si applica perfettamente a Giuseppe di Nazareth<em>&#8220;</em> (n. 4).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ciò che Giuseppe <em>fece</em> è raccolto in tanti episodi, apparentemente insignificanti, che solo un’esegesi profondamente teologica, &#8220;sapienziale&#8221;, alla scuola dei Padri, può cogliere in tutta la loro portata (11). Anche qui, come nell’enciclica <em>Redemptoris Mater</em>, la lezione è anche di metodo, sul come leggere la santa Parola di Dio scritta, perché la direttiva del Concilio Ecumenico Vaticano II sull’importanza da attribuire alla Sacra Scrittura non degeneri in insano biblicismo. <em>&#8220;Nei Vangeli è presentato chiaramente il compito paterno di Giuseppe verso Gesù. Difatti, la salvezza, che passa attraverso l’umanità di Gesù, si realizza nei gesti che rientrano nella quotidianità della vita familiare, rispettando quella &#8220;condiscendenza&#8221; inerente all’economia dell’incarnazione. Gli evangelisti sono molto attenti a mostrare come nella vita di Gesù nulla sia stato lasciato al caso, ma tutto si sia svolto secondo un piano divinamente prestabilito. La formula spesso ripetuta: </em>&#8220;Così avvenne, affinché si adempissero&#8230;&#8221;<em> e il riferimento dell’avvenimento descritto a un testo dell’Antico Testamento tendono a sottolineare l’unità e la continuità del progetto, che raggiunge in Cristo il suo compimento.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;"><em>&#8220;Con l’incarnazione le &#8220;promesse&#8221; e le &#8220;figure&#8221; dell’Antico Testamento divengono &#8220;realtà&#8221;: luoghi, persone, avvenimenti e riti si intrecciano secondo precisi ordini divini, trasmessi mediante il ministero angelico e recepiti da creature particolarmente sensibili alla voce di Dio&#8221;</em> (n. 8).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Il &#8220;mistero&#8221; di san Giuseppe è tutto racchiuso nel paradosso dell’assoluta verità del suo matrimonio con Maria e della paternità nei confronti di Gesù da una parte, e della concezione verginale del Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo dall’altra. Sono i due anelli della catena che non è lecito lasciare se non si vuole smarrire il mistero. Certamente la paternità &#8220;legale&#8221; aveva per gli ebrei una portata che oggi si stenta a capire. Non si deve dimenticare che le genealogie di Matteo e di Luca, che attestano la discendenza davidica di Gesù e quindi la legittimità della sua pretesa messianica, passano per Giuseppe, pur rilevando che la sua paternità non è fisica. Così come l’imposizione del nome (12) lo vede in un ruolo tipicamente paterno, un ruolo di altissimo valore nel mondo biblico e tradizionale in genere. Ma la paternità di Giuseppe ha un fondamento reale ancora più elevato: ha ricevuto questa missione da Dio e Dio, nel momento in cui affida una missione, crea tutte le condizioni oggettive del suo compimento. Il &#8220;dubbio&#8221; di Giuseppe costituisce uno dei temi classici della <em>Josephologia</em>, la riflessione teologica sul &#8220;mistero&#8221; di san Giuseppe assurta, soprattutto sotto la spinta della devozione popolare e per impulso del Magistero, a disciplina autonoma, per quanto la può essere naturalmente una branca della teologia, che è specificamente una (13): davanti alla maternità di Maria, di cui non è causa, il santo rimane turbato, tanto da decidere in cuor suo di rimandare la sposa. Il documento non entra, com’è ovvio, nella discussione teologica, tuttavia sottolinea che il turbamento prelude all’accettazione umile e generosa di una missione ricevuta da Dio. Secondo l’opinione oggi più seguita dagli specialisti di teologia giuseppina, il turbamento di Giuseppe è quello dell’uomo giusto che, alle soglie di un mistero più grande di lui, di cui risulta molto difficile pensare che non fosse già a conoscenza, non sa decidersi prima di aver colto la volontà di Dio. Ma una volta ascoltata la &#8220;vocazione&#8221;, imposta la sua vita all’insegna della fedeltà, silenziosa ma perseverante (14), modello purissimo di <em>obbedienza della fede</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">La verità del matrimonio e della paternità di Giuseppe hanno conseguenze importantissime per la teologia del matrimonio e dell’amore in genere. Evidenziano un fatto capitale: il matrimonio — e l’amore fra un uomo e una donna — non <em>consiste</em> nella sessualità, senza nulla togliere all’importanza e alla santità della sessualità fra i coniugi. Una considerazione minimalistica e sostanzialmente falsa — perché in contrasto con la Scrittura — del matrimonio di Giuseppe ha fatalmente accompagnato la teoria del rapporto sessuale come elemento essenziale del matrimonio, mentre è certamente anche la riflessione su questo punto del mistero cristiano a condurre la migliore tradizione teologica a vedere l’elemento formale del matrimonio nella <em>&#8220;indivisibile unione degli spiriti&#8221;</em> (15). Anche da questo punto di vista il mistero silenzioso di Giuseppe è particolarmente eloquente per la nostra epoca, ammalata di ipertrofia del sesso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Come per Maria, anche per Giuseppe la missione ricevuta da Dio non si conclude con il &#8220;pellegrinaggio della fede&#8221; terreno, ma continua in cielo. Anche qui vale lo stesso principio: quanto è in relazione con il Capo è in relazione con il Corpo e con le sue membra. Si tratta di un principio che, in questo caso, si duplica con la particolare relazione che lega san Giuseppe con la Beata Vergine Maria. Ecco perché, <em>&#8220;ispirandosi al Vangelo, i Padri della Chiesa fin dai primi secoli hanno sottolineato che san Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello.&#8221;</em> (n. 1); e Pio IX ha sanzionato quanto l’istinto della fede del popolo cristiano aveva da tempo colto e vissuto, dichiarandolo <em>&#8220;Patrono della Chiesa cattolica&#8221;</em> (16).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Papa Giovanni Paolo II ricorda anzi con particolare venerazione la preghiera che Leone XIII aveva posto a conclusione della sua enciclica, preghiera ormai entrata pienamente nel patrimonio delle devozioni più care al popolo cristiano. In essa si chiede a san Giuseppe che continui la sua missione di protettore, allontanando da noi <em>&#8220;questa peste di errori e di vizi&#8221;</em>, assistendoci <em>&#8220;in questa lotta col potere delle tenebre&#8221;</em>, difendendoci <em>&#8220;dalle ostili insidie e da ogni avversità&#8221;</em> (17). <em>&#8220;Ancora </em>oggi — ci assicura il Santo Padre —<em> abbiamo</em> numerosi motivi per pregare nello stesso modo [...]<em>. Ancora</em> oggi<em> abbiamo</em> perduranti motivi per raccomandare a san Giuseppe ogni uomo<em>&#8220;</em> (n. 31).</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><span style="font-family: Verdana;"><strong>Pietro Cantoni</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">*** </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(1) Cfr. Giovanni Paolo II, Enciclica <em>Redemptor hominis</em>, del 4-3-1979.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(2) Cfr. Idem, Enciclica <em>Dives in misericordia</em>, del 30-11-1980.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(3) Cfr. Idem, Enciclica <em>Dominum et vivificantem</em>, del 18-5-1986.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(4) Cfr. Idem, Enciclica <em>Redemptoris Mater</em>, del 25-3-1987; cfr. il mio <em>&#8220;Redemptoris Mater&#8221;</em>, in <em>Cristianità</em>, anno XV, n. 144-145, aprile-maggio 1987.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(5) Cfr. Idem, Esortazione apostolica <em>Redemptoris Custos</em>, del 15-8-1989, in <em>L’Osservatore Romano</em>, 25-10-1989. La traduzione utilizzata è quella comparsa sul medesimo quotidiano, lo stesso giorno, in inserto <em>tabloid</em>. I riferimenti al documento contenuti nel testo rimandano alla suddivisione in paragrafi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(6) Cfr. <em>1 Gv</em>. 4, 2.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(7) Cfr. Leone XIII, Enciclica <em>Quamquam pluries</em>, del 15-8-1889.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(8) Il legame con il mistero dell’Incarnazione è di particolare importanza. Si può dire che la devozione a san Giuseppe, cresciuta nel popolo cristiano più per via affettiva che immediatamente teologica, si è sviluppata parallelamente alla devozione per l’umanità di Gesù. Non a caso <em>&#8220;sono</em> <em>precisamente i primi scrittori e predicatori francescani a diffondere la dottrina riguardante direttamente S. Giuseppe&#8221;</em>, essendo noto che <em>&#8220;l’amore ardente di Francesco verso l’umanità di Cristo abbraccia tutti gli stati di vita del Salvatore, dalla nascita alla morte; resta incantato davanti alla prima rappresentazione del Presepio, si identifica con Cristo Crocifisso fino a riceverne le stimmate sul suo corpo&#8221;</em> (José Antonio Carrasco O.C.D., <em>San Giuseppe nel mistero di Cristo e della Chiesa. Appunti per una teologia di San Giuseppe</em>, Piemme, Casale Monferrato [AL] 1984, p. 97).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(9) <em>Mt</em>. 1, 20-21 e 24.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(10) <em>&#8220;Prius conciperet mente quam corpore&#8221;</em> (san Leone Magno, <em>Sermo 21</em>, c. 1, in <em>PL</em> 54, 191).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(11) Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica dei Seminari e degli Istituti di Studi, <em>Istruzione sullo studio dei Padri della Chiesa nella formazione sacerdotale</em>, del 10-11-1989.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(12) Cfr. <em>Mt.</em> 1, 21.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(13) Cfr., per esempio, Bonifacio Llamera O.P.,<em> Teologia di San Giuseppe</em>, trad. it., Edizioni Paoline, Alba (CN) 1958, pp. 215-217; Tarcisio Stramare O.S.J., <em>Giuseppe</em>, in Stefano De Fiores e Salvatore Meo (a cura di), <em>Nuovo Dizionario di Mariologia</em>, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1986, pp. 635-638; J. A. Carrasco O.C.D., <em>op. cit.</em>, pp. 24-27.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(14) Cfr. T. Stramare O.S.J., <em>art. cit.</em>, p. 638; e J. A. Carrasco O.C.D., <em>op. cit.</em>, pp. 26-27.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(15) San Tommaso d’Aquino, <em>Summa theologiae</em>, IIIa, q. 29, a. 2 c.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(16) Cfr. Sacra Congregazione dei Riti, Decreto <em>Quemadmodum Deus</em>, dell’8-12-1870, in<em> Pii IX P.M. Acta, </em>pars I, vol. V, p. 283.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">(17) Leone XIII, <em>Oratio ad Sanctum Josephum</em>, pubblicata in appendice al testo dell’enciclica <em>Quamquam pluries</em>, cit.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.alleanzacattolica.org/indici/articoli/cantonip180_181.htm"><span style="font-family: Verdana;">Cristianità n. 180-181 (1990)</span></a></p>
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		<title>Per uno stile di vita liturgico</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 10:22:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Opus Mariae</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Catechesi liturgica 17 marzo 2013   “Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito” (Preghiera eucaristica III). Per uno stile di vita liturgico &#160;  di Emanuele Borserini &#160; Introduzione L’incontro di oggi si pone in diretta continuità con il primo nel quale si era messo in evidenza che, guardando seriamente alla vita umana, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>Catechesi liturgica 17 marzo 2013</strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>“Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito” (Preghiera eucaristica III).</strong></p>
<p align="center"><strong>Per uno stile di vita liturgico</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><em> di Emanuele Borserini</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Introduzione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro di oggi si pone in diretta continuità con il primo nel quale si era messo in evidenza che, guardando seriamente alla vita umana, le sue strutture portano necessariamente a riconoscere nella liturgia un qualcosa di veramente conforme alla vita stessa. Affinché però questo non resti solo una constatazione di fatto, proviamo ora a trarne le dovute conseguenze facendo il percorso inverso: a partire dalla liturgia, se davvero è così importante come abbiamo visto negli incontri precedenti, vediamo come si può conformare ad essa la nostra vita cristiana. Il principio dell’Incarnazione e l’importanza dei sensi nell’esercizio della conoscenza da parte dell’uomo fanno della liturgia il luogo privilegiato in cui conoscere Cristo e disporsi a seguirlo, a lui con-vertirsi, che letteralmente significa dirigersi verso una precisa direzione, muoversi verso di essa e lasciarsi muovere da essa.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sempre, incominciamo a dire qualcosa sul titolo che abbiamo scelto. “Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito”: sono le parole della seconda epiclesi della Preghiera eucaristica III. Per comprenderle bisogna fare una piccola digressione sulla struttura delle preghiere eucaristiche sperando che non sia tediosa. Abbiamo già visto la struttura generale della Messa che è sostanzialmente divisa in una liturgia della parola e una del sacrificio, le quali non sono due mense ma le due forme della stessa e unica mensa imbandita da Cristo davanti ai suoi discepoli prediletti che siamo noi. Egli è la Parola del Padre incarnata e si presenta a noi proprio come parola e come carne per farsi mangiare totalmente da noi e così fare di noi sé stesso vivente nel mondo. Le due parti della Messa rispondono storicamente alle liturgie della sinagoga e del tempio di Gerusalemme, ma più profondamente sono il riflesso della vita terrena del Signore costituita dalla predicazione del Vangelo che si conclude e si invera nel sacrificio della sua vita. La preghiera eucaristica costituisce il centro di tutta la Messa perché essa veramente ripresenta l’unico perfetto  sacrificio di Cristo. Il suo centro è dunque l’ “anamnesi”, cioè il momento in cui il sacerdote agendo <em>in persona Christi</em> (nella persona di Cristo) pronuncia le sue stesse parole sul pane e sul vino ed essi, pur conservando gli accidenti cioè l’apparenza di pane e vino, diventano il suo corpo e il suo sangue. Per questo si parla tecnicamente di “transustanziazione”, una parola difficile ma che tutti avete sentito: l’apparenza rimane la stessa ma la sostanza, ciò che quelle cose sono, cambia, tant’è che non parliamo più di pane e vino ma di corpo e sangue, anche se ciò che si presenta agli occhi è pane e vino, non corpo e sangue. Per questo nei più bei canti eucaristici proclamiamo: <em>Visus tactus gustus in te fallitur sed auditu solo tuto creditur</em> (“La vista, il tatto e il gusto qui sbagliano, solo l’udito può credere con certezza”, San Tommaso d’Aquino, <em>Adoro te devote</em>), <em>Prestet fides supplementum sensuum defectui</em> (“La fede sia di sostegno al difetto dei sensi”) e <em>Sola fides sufficit</em> (“Basta la fede”, San Tommaso d’Aquino, <em>Pange lingua</em>). Se quello dell’anamnesi è il momento in cui accade qualcosa, non possiamo dimenticare la condizione fondamentale per cui ciò avviene: l’azione dello Spirito Santo. Come Gesù stesso era sospinto dallo Spirito (cfr Lc 4, 1) così è lo stesso Spirito che lo rende oggi presente per noi. Questa condizione è rappresentata liturgicamente dall’ “epiclesi”, cioè la preghiera presente in tutti i sacramenti con cui si invoca lo Spirito Santo. Egli è la Persona della Trinità che ha il preciso compito di renderci possibile il contatto con Cristo, il quale non è più fisicamente tra noi e così, attraverso Cristo, raggiungere il cuore del Padre (cfr Gv 13; 14; 15; 16). Nel Simbolo di fede la Chiesa è strettamente collegata allo Spirito Santo perché entrambi hanno questo preciso compito. I sacramenti sono l’operare continuo di Cristo vivo attraverso la sua Chiesa, “sacramento universale della salvezza” (LG 48) e ogni sacramento avviene per l’invocazione dello Spirito Santo. Troviamo nelle preghiere eucaristiche sempre una doppia epiclesi: la prima sul pane e sul vino, la seconda sulla comunità celebrante. Questa struttura della liturgia ci dice che la Messa non è un atto privato del sacerdote che offre qualcosa di suo a Dio, fosse anche in nome della comunità, ma un fatto che riguarda tutti e ciò che viene offerto con quei segni è Cristo e con Cristo ognuno di noi. Inoltre, ci dice che lo Spirito Santo è il vero fautore della liturgia e di tutta la vita cristiana, colui che le rende possibili. Senza il dono dello Spirito non ci sarebbe Chiesa, non ci sarebbe liturgia, non ci sarebbe alcuna preghiera e nessuna possibilità di rapporto con Dio: “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Fate questo in memoria di me”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il Signore ha detto durante l’ultima cena, e noi lo risentiamo in ogni santa Messa: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19). Ma cosa significa? È chiaro che anzitutto egli intendesse la ripetizione liturgica, nel senso di continuare a ripetere questo stesso gesto. Ma sappiamo che la potenza della liturgia è la potenza del simbolo stesso, per cui ogni gesto e ogni parola vanno sempre al di là della loro apparenza. Allora, rispondere al comando del Signore significa fare anche ciò che nel gesto è simboleggiato, anticipato, fatto già realtà, cioè l’offerta della sua vita al Padre. Possiamo così passare, in perfetta continuità, dall’offerta liturgica a quella della vita intera. Quella del cristiano non è un’offerta in un modo indeterminato, non si spende la vita per qualcuno o per il bene comune (che già sarebbe molto), ma la si offre al Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo. “Fate questo in memoria di me” ci dice anche che l’offerta liturgica è primaria e, di conseguenza, è primario il soggetto dell’offerta liturgica che è Cristo Gesù: solo in lui con lui e per lui anche noi possiamo fare l’offerta della nostra vita, nella liturgia anzitutto e poi continuando la liturgia in ogni istante della vita stessa. Esattamente come per primo ha fatto lui. Come il grande attore si identifica con il personaggio che interpreta, così nella Messa il Signore si vuole identificare con ognuno di noi e se lui ha dato la vita per noi così noi la dobbiamo dare a lui per gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dunque non ci uniamo a quel sacrificio, esso per noi non vale a nulla. Significherebbe sprecare il preziosissimo sangue di Gesù con cui siamo stati rendenti, perché “voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1, 18-19). La vita cristiana è una liturgia perché non è altro che fare ciò che ha fatto Gesù: “Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13, 15). Come lui si è sacrificato per noi anche noi dopo aver celebrato questo sacrificio non possiamo che fare lo stesso. La vita cristiana è una liturgia continua, una preghiera continua. Proprio come fu quella del Signore che i vangeli ci presentano spesso in preghiera anche di notte, in particolare quello di Luca sembra divertirsi a sottolineare come il suo rapporto continuo con il Padre gli permettesse di dormire durante la tempesta quando tutti sono in preda al panico (cfr Lc 8, 23) e pregare di notte quando tutti dormono (cfr Lc 6, 12). Del resto, la notte è il momento in cui sopraggiungono le tenebre simbolo del male ma è anche il momento della solitudine e della tranquillità: a noi scegliere quale qualifica assegnarle nella nostra vita. Interessante è il passo di Lc 6, 12: “In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione”; che in latino suona in modo molto più eloquente: <em>Et erat pernoctans in oratione Dei</em>. Forzando forse un po’ il testo ma l’assonanza non si può non vedere, possiamo dire che Gesù “pernottava” cioè trovava il suo luogo di riposo proprio nella preghiera. E la Liturgia delle Ore avalla questa caratteristica liturgica della notte ponendoci sulle labbra nella Compieta, cioè l’ultima preghiera prima del sonno, le parole di Gesù sulla croce, le parole dell’offerta totale della sua vita, la consumazione finale della sua liturgia: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46). Per fuggire le tenebre del male non possiamo farcela da soli, l’unica possibilità è il totale affidamento a Dio, uscire da noi stessi e protenderci verso di Lui, questo è anche il senso letterale dell’adorazione. L’affidamento a Dio è un atto veramente liturgico che ha la sua condizione di possibilità nella celebrazione liturgica.</p>
<p style="text-align: justify;">Romano Guardini molti anni fa tenne un intervento volutamente provocatorio in cui si poneva delle serie domande sulla possibilità stessa di fare liturgia nel nostro tempo. Egli diceva: “L&#8217;atto liturgico, e con esso tutto ciò che va sotto il nome di liturgia, non è così fortemente legato al contesto storico, antico o medievale o barocco, per cui sarebbe più onesto rinunciarvi completamente? Non sarebbe meglio ammettere che l’uomo di questa era industriale e scientifica, con la sua nuova struttura sociologica, non è più capace di atto liturgico?”. Il problema si pone perché la preghiera comunitaria della Chiesa è cosa ben diversa dalla preghiera privata di individui credenti, l’atto liturgico comporta un nuovo genere di coscienza, una disponibilità verso Dio, una consapevolezza intima dell’unità di tutta la persona, corpo e anima, con il corpo spirituale della Chiesa presente in cielo e in terra. Comporta pure il riconoscimento che i sacri segni e le azioni della Messa &#8211; stare in piedi, in ginocchio, cantare &#8211; sono in sé preghiera. Lo spirito del mondo moderno sta minando le basi che rendono possibile questa coscienza liturgica. E anche noi siamo sempre in qualche misura prodotti della nostra cultura. Le nostre strutture concettuali, le nostre percezioni della realtà, sono formate dalla cultura nella quale viviamo, che ci piaccia o no. Come fare allora ad uscirne? Ad affermare ancora la possibilità attuale della liturgia?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Per Cristo, con Cristo e in Cristo”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Diamo uno sguardo a un testo liturgico importantissimo che sentiamo in ogni Messa: la dossologia che conclude la preghiera eucaristica. Dossologia deriva da <em>doxa</em> che in greco significa gloria. È dunque una preghiera che vuole proclamare la gloria del Signore, dare a lui gloria: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell&#8217;unita dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”. <em>Per ipsum</em> significa per mezzo di Gesù,<em> cum ipso</em> significa vivere in compagnia di Gesù, <em>in ipso</em> significa essere una cosa sola con lui, uno nell’altro anche con i fratelli. La dossologia esprime il fine della Messa, di tutto il creato e di tutta la vita: onore e gloria al Padre nell’unità dello Spirito e per la mediazione di Cristo. Spiegando il famoso detto “la gloria di Dio è l’uomo vivente, ma la vita dell’uomo è vedere Dio” (Sant’Ireneo, <em>Adversus haereses</em> IV), Joseph Ratzinger, in “Introduzione allo spirito della liturgia”, dice che parte irrinunciabile della retta adorazione è vivere secondo la volontà di Dio. La vita diventa vera solo se riceve la sua forma dallo sguardo rivolto a Dio. Dobbiamo essere come i profeti dell’Antico Testamento la cui missione era propriamente quella di guardare alla realtà con lo stesso sguardo di Dio e per questo conducevano una vita tutta simbolica, quindi liturgica. Ricordando una bella omelia di un santo sacerdote per la festa dell’Assunta di qualche anno fa, penso che le nostre chiese ci offrano un modo interessante di sperimentare questa conversione dello sguardo. Diceva che noi cristiani siamo troppo abituati a guardare in basso, al massimo riusciamo a guardare all’altezza dei nostri occhi dove sono appesi i quadri della <em>Via crucis</em>, invece un cristiano dovrebbe guardare in alto dove c’è la cupola che rappresenta la gloria dell’Assunta, o in generale scene di Paradiso. Il culto serve a questo: a consentire tale sguardo e a donare così quella vita che diventa gloria per Dio. “La gloria di Dio è l’uomo vivente” e la liturgia è il momento in cui la possibilità di essere tale gloria diventa visibile e reale, essa prepara e accoglie tutto ciò che della nostra vita dà gloria a Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Per Cristo, con Cristo e in Cristo”: la forma della rivelazione del mistero di Dio stabilisce anche la forma della sua celebrazione che di conseguenza deve essere conforme non solo al contenuto ma anche al modo con il quale il mistero di Dio si è rivelato agli uomini. E Dio ci parla “per mezzo del Figlio” (Eb 1, 2). Dobbiamo quindi partire dalla consapevolezza che “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1, 18). Non ci è data altra via all’infuori di Gesù per dialogare con Dio: tutto si svolge per lui, con lui e in lui. La vita di grazia dipende totalmente dal Signore, con i nostri sforzi non potremmo raggiungere nemmeno il minimo grado di grazia perché “senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5). Il Signore però non ci fa mancare questa grazia, egli l’ha meritata per tutti e a tutti la vuol donare largamente. Sta a noi chiederla. A molti santi il Signore stesso o la Madonna hanno mostrato in varie forme la quantità impressionante di grazie che Dio vorrebbe donare ma che nessuno gli chiede. La mediazione di Cristo è universale e oggettivamente efficace, Dio vuole che tutti siano salvi (cfr 1Tim 2, 4), ma soggettivamente noi la possiamo anche rifiutare. La colletta dell’Ascensione dice: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”. La natura umana è stata portata da Gesù al Padre quindi Gesù ci ha aperto la strada per raggiungere pienamente il Padre e tutto ciò che facciamo per raggiungerlo con la preghiera e definitivamente con l’anima e il corpo è imprescindibile da Gesù. Ecco qui una prima risposta alle domande di Guardini riguardo l’irrinunciabile legame dei riti con i tempi in cui sono stati fissati. Gli influssi culturali e storici nei nostri riti non sono estrinseci ma assolutamente coerenti con essi perché Dio ha creato tutto in funzione di Cristo (cfr Col 1, 16) e la realtà tutta è o può diventare simbolo di Cristo. Gli ebrei uscirono dall’Egitto portando via le ricchezze di quel paese (cfr Es 3, 21-22), così la Chiesa esce dal paganesimo che la circonda portandone via le ricchezze. È la dottrina patristica e ribadita dal Concilio Vaticano II dei <em>semina Verbi</em>. I Padri della Chiesa hanno insistito molto sulla convergenza di tutto il creato verso il sacrificio di Cristo dicendo addirittura che Gesù non ha preso pane e vino perché li aveva a disposizione facilmente ma, al contrario, Dio li aveva creati proprio in vista dell’Eucarestia. Dunque, per la sua posizione nella creazione (cfr Gen 1, 27-28) l’uomo può offrirla tutta a Dio. Può fare un’offerta cosmica attraverso il poco che usa della creazione perché la liturgia è essa stessa cosmica. L’uomo è il luogotenente di Dio sulla terra, l’unico essere vivente che ha un rapporto diretto e cosciente con Dio, è l’apice e il capolavoro della creazione e per questo la rappresenta davanti a Dio e gliela porge tutta in offerta. Un’espressione tanto cara a don Divo Barsotti per descrivere la preghiera era: “assumere tutto”. Cioè accogliere tutto ciò che è creato e ciò sgorga dal cuore dell’uomo per portarlo a Cristo. Si tratta anzitutto di conoscerlo, poi amare ciò che si è conosciuto, offrirlo al Padre e, infine, chiedergli che in me anche si salvi. Significa abbracciare tutto e portarlo a Dio come Cristo sulla croce ha abbracciato tutto. Possiamo così sottrarre il mondo al dominio del diavolo sotto cui è caduto in seguito al peccato originale e riportarlo a Dio. Possiamo realmente collaborazione all’opera di santificazione che è propria dello Spirito Santo. Del resto, se davvero la liturgia è qualcosa di connaturale all’uomo, egli non può farne a meno e deve avere un oggetto a cui sia diretta la sua adorazione: se questo oggetto non è l’unico vero Dio, esso è il diavolo che gli si manifesta in innumerevoli forme. Le più comuni sono quelle identificate dalle famose tre “s”: soldi, sesso, successo; quindi il culto per la ricchezza fine a sé stessa, il desiderio incontenibile di dominio e l’idolo di sé stessi. Lo ha ricordato anche papa Francesco nella sua primissima omelia da Pontefice: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo” (Omelia della Messa con i Cardinali elettori, 15 marzo 2013). Questa verità è patrimonio del cristianesimo il quale però sempre l’ha vissuta in modo sereno e propositivo tanto che “la cultura atea dell’Occidente moderno vive ancora grazie alla libertà dalla paura dei demòni portata dal cristianesimo” (J. Ratzinger e V. Messori, “Rapporto sulla fede”, Paoline, Cinisello Balsamo 1985).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“L&#8217;acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, siamo chiamati a diventare il sacrificio che celebriamo. Non siamo chiamati a fare cose diverse ma a farle in modo diverso. Santificare tutto significa offrire la realtà concreta e tangibile a Colui che è il “Tre volte santo” cioè l’assolutamente trascendente, Altro, ma per questo più vero dello sperimentabile, più concreto del visibile, “più intimo a me di me stesso” (Sant’Agostino, <em>Confessiones</em>): “Beati coloro che senza avere visto crederanno” (Gv 20, 29). Ciò esige che si abbiano spazi e pause durante la celebrazione per raccogliere le nostre emozioni e pensieri e fare un atto consapevole di offerta di sé. Dobbiamo innalzare i nostri cuori, come diciamo di voler fare nel prefazio, e metterli con umiltà sull’altare insieme al pane e al vino. Un momento privilegiato per farlo è rappresentato da un gesto quasi segreto della Messa ma importantissimo: l’infusione di alcune gocce d’acqua nel calice con il vino durante l’Offertorio. La preghiera che accompagna questo gesto dice: “L&#8217;acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. Ecco lo scopo dell’Incarnazione: il Verbo di Dio ha assunto la nostra natura perché noi diventassimo partecipi della sua natura divina: “Voi siete dèi” (Sal 82, 6). La proposta del serpente ai progenitori non era follia, altrimenti non vi sarebbero cascati così facilmente (cfr Gen 3). Possiamo davvero essere “come Dio” ma solo lui può farci questo dono. Anche alcune delle orazioni sulle offerte lo ricordano e lo chiedono. Per esempio quella del Martedì santo: “Accetta con bontà, Signore, l&#8217;offerta dei tuoi fedeli: tu che ci rendi partecipi di questi santi doni, fa&#8217; che giungiamo a possederli pienamente nel tuo regno”. Oppure quella della XII Domenica del Tempo Ordinario: “Accogli, Signore, la nostra offerta: questo sacrificio di espiazione e di lode ci purifichi e ci rinnovi, perché tutta la nostra vita sia bene accetta alla tua volontà”. Non ha dunque alcun senso portare all’altare durante la processione offertoriale nulla di più del necessario per il sacrificio: in esso c’è già tutto e se non ci fosse tutto sarebbe inutile stare lì in chiesa a perdere del tempo. In quei doni ci deve essere la nostra offerta, non dobbiamo ritenere di dover aggiungere alcunché.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle due epiclesi che abbiamo visto nell’introduzione corrispondono due offertori. Il primo, quello che comunemente siamo abituati a chiamare così, riguarda l’offerta della materia del sacramento, il pane e il vino “perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri” (Preghiera eucaristica III). Il secondo è l’offerta di Colui che in quei doni era significato ed ora è presente ed è la vera unica offerta gradita a Dio, cioè il suo Figlio unigenito dicendo “guarda con amore e riconosci nell&#8217;offerta della tua Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione” (Preghiera eucaristica III). In mezzo c’è stata la consacrazione. Louis Bouyer lo spiega in questi termini: “L’offertorio è tutto il vecchio testamento quando si offrivano a Dio povere realtà indegne. La consacrazione è la vita di Gesù che svuota i sacrifici antichi e si fa lui realtà degna del vero e unico sacrificio. La comunione è tutto il nuovo testamento in cui Gesù è sempre con noi” (<em>Le Mystère et le monde</em>). Meravigliose sono le parole che il Canone Romano usa in questo secondo offertorio: “Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull&#8217;altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e sangue del tuo Figlio, scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo” (Preghiera eucaristica I). L’identificazione tra l’offerta del pane e del vino e quella del Figlio è fortissima soprattutto se consideriamo che nel linguaggio giudeo cristiano dell’ambiente in cui ha avuto origine il Canone l’angelo è un modo di definire Gesù stesso. Egli con le sue mani presenta la nostra offerta al Padre, la assume e la rende a lui gradita. Su questo doppio binario si costruisce e vive l’intera liturgia: la realtà tangibile che è segno e veicolo della realtà vera, la quale non è di questo mondo ma ci raggiunge attraverso di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Concilio Vaticano II insegna che tutte le nostre attività “sono offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo; nella celebrazione dell’Eucaristia sono in tutta pietà presentate al Padre insieme all&#8217;oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso” (LG 34). Tutto quello che facciamo, nella liturgia e nella nostra vita nel mondo, è al servizio della consacrazione del mondo a Dio. Testimoniare Cristo davanti al mondo significa “cristificare” la realtà che è un’operazione maieutica, consiste cioè nel tirar fuori l’immagine di Cristo che già c’è nelle persone e nelle cose in quanto “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1, 16). La nostra testimonianza si espleta nell’evangelizzazione, la “nuova evangelizzazione”, che non è soltanto annunciare a parole ma testimoniare con tutto noi stessi di aver incontrato il Signore come gli apostoli. Per esempio Andrea di cui dice il Vangelo che “incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: Abbiamo trovato il Messia che significa il Cristo e lo condusse da Gesù” (Gv 11, 41, 42) . Per San Paolo il vero culto della nuova alleanza è l’annuncio stesso del Vangelo per questo parla di <em>loghikè latreia</em> (Rm 12, 1) e si presenta anzitutto come ministro della parola facendo di questo il suo “vanto” (cfr Rm 15, 16-17). Del resto, è chiaro dai vangeli che il ministero di Gesù è l’annuncio del Regno di Dio, in parole e in opere. Pensiamo alla struttura dell’ambone delle antiche basiliche come San Clemente a Roma in cui il Vangelo viene proclamato a sud dove il sole-Cristo è al suo apice e verso nord dove non è ancora giunto e sono le tenebre. La nostra fede è rapporto d’amore con una Persona e <em>bonum diffudivum sui</em>, si vuole espandere, a noi non resta che seguire questo moto dello Spirito santo.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un punto in cui tutto questo si unisce: l’offerta della vita in modo perfetto perché scelta libera e volontaria si ha ovviamente con il martirio. Tuttavia, c’è una possibilità di compiere una vera offerta anche per chi non è chiamato a questo grado di testimonianza: l’offerta consapevole della propria vita nel momento della morte. Per giungere però a questa perseveranza finale è di norma necessario, salvo il caso di una grazia speciale, fare ogni giorno l’offerta della propria vita in unione a quella di Cristo in “sacrificio spirituale” (Rm 12, 1):  il vero sacrificio di Gesù si è compiuto nel suo cuore ed è perfetto perché egli è insieme “altare, vittima e sacerdote” (Prefazio pasquale V) così anche noi uniti a lui possiamo diventare il sacrificio perfetto gradito a Dio come fu gradito quello di Gesù e, in segno di prefigurazione, “come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l&#8217;oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote” (Preghiera eucaristica I). In particolare la sofferenza se unita a quella di Cristo può diventare davvero salvifica, c’è un grande mistero di salvezza nel portare la croce insieme a Cristo. Del resto nessuno la può fuggire la croce, ma la può portare da solo o con Gesù, soffrire da solo o soffrire con Gesù, marcire da solo o portare frutto con il Signore come il chicco di grano (cfr Gv 12, 24). Il momento in cui questa offerta può essere fatta è il momento in cui la Chiesa offre al Padre il corpo di Gesù cioè la già vista seconda epiclesi, quindi ogni santa Messa. E da lì, in ogni momento della vita si può portare questo atteggiamento: “uno spirito contrito è sacrificio a Dio” (Sal 50). Ecco allora l’importanza del corpo nella liturgia perché ciò che si offre non è vagamente un bel pensiero astratto che poi non ci tocca più ma la vita e la vita è tutto per noi, anche la vita fisica se Dio la volesse. Ecco perché l’unica vera antropologia è quella cristiana che riconosce tutta l’importanza al corpo nel quale si riflette davvero l’immagine di Dio: gli angeli ci invidiano perché con il corpo possiamo avere in cibo l’Eucarestia. E abbiamo visto abbondantemente quanto l’uso del corpo e dei sensi nella liturgia sia fondamentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Pregate, fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò è ben fondato anche teologicamente su quello che viene chiamato “sacerdozio comune” di tutti i battezzati, il quale consiste proprio nell’abilitazione ad offrire un vero sacrificio in unione all’offerta del sacrificio perfetto di Cristo per le mani del sacerdozio ordinato. Tutti siamo chiamati ad essere <em>alter Christus</em> non solo il sacerdote celebrante. Dice la traccia per l’omelia proposta dal rito dell’Ordinazione sacerdotale: “Mediante il vostro ministero il sacrificio spirituale dei fedeli viene reso perfetto perché congiunto al sacrificio di Cristo, che per le vostre mani in nome di tutta la Chiesa viene offerto in modo incruento sull’altare nella celebrazione dei santi misteri” (Pontificale Romano, “Rito dell’Ordinazione dei presbiteri”). Nel popolo di Dio, cioè la Chiesa, c’è una radicale uguaglianza di tutti i suoi membri che precede tutte le differenziazioni anche sacramentali, esso è un popolo tutto di consacrati in virtù del battesimo (LG 9). Il rapporto tra sacerdozio battesimale e ministeriale è descritto dal saluto liturgico: “Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito”. Non si tratta di un augurio generico all’anima del prete ma si riferisce allo spirito della sua ordinazione sacerdotale. Con esso il sacerdote augura all’assemblea di diventare veramente il corpo di Cristo ed essa gli risponde che non lo può essere senza il suo sacerdozio ordinato. Il frutto di questo augurio è l’unità che la preghiera eucaristica chiede allo Spirito Santo nella seconda epiclesi sull’assemblea (“ci riunisca in un solo corpo”). Uniti tra di noi e a Cristo possiamo nello Spirito Santo raggiungere il cuore del Padre che ci attende. Questa è la comunione a cui tendiamo. Tutte le attività di comunione svolte nella Chiesa sono al servizio della comunione eucaristica che è il momento di comunione più alto perché datoci da Gesù stesso: “l’Eucarestia è la catena d’oro che ci lega insieme e riporta i molti verso l’unità da cui abbiamo avuto origine: il Padre è uno, da cui, come sorgente, nasce il Figlio e dai due procede lo Spirito Santo” (Sant’Alberto Magno, “Trattato sull’Eucarestia”). Siamo riammessi così alla comunione trinitaria da cui veniamo e alla cui immagine siamo strutturalmente stati creati. Se vogliamo vedere la Chiesa dobbiamo accedere all’Eucarestia e per avere l’Eucarestia la Chiesa ha necessità del sacerdozio ministeriale per volere del Signore stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">La liturgia della vita è dunque offrire tutto al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo ma per avere Dio come Padre sono necessarie due cose: la Chiesa per Madre e, di conseguenza, i fratelli. Tutti possiamo essere “corredentori” per noi e per gli altri completando “nella mia carne le sofferenze di Cristo” (Col 1, 24) perché “le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura” (Rm 8, 18). Dice l’orazione sulle offerte della XXIV Domenica del Tempo Ordinario: “Accogli con bontà, Signore, i doni e le preghiere del tuo popolo e ciò che ognuno offre in tuo onore giovi alla salvezza di tutti”. In un dialogo di Mosè con Dio, il libro dell’Esodo ci presenta un interessante gioco di parole. Il Signore si rivolge a Mosè per avvisarlo del peccato di idolatria del popolo dicendo: “Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito” (Es 32, 7). In seguito Mosè supplicando il Signore per il popolo dice: “Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? ” (Es 32, 11). Allora, di chi è questo popolo? E chi lo conduce alla salvezza? Il popolo è evidentemente di Dio, ma egli stesso vuole che noi amiamo il popolo nel quale viviamo e la missione che ci affida è proprio quella di amarlo come se fosse nostro. Si tratta di amare la Chiesa, sentirla nostra, sentire un senso di appartenenza ad essa e di responsabilità verso tutti i suoi membri. Quella con cui veniamo ogni giorno in contatto è l’umanità che il Signore ci affida. Davanti alla sofferenza e agli orrori del mondo molti chiedono: ma cosa fa Dio per queste persone? E la sua risposta è semplice: ho creato te! Altrimenti essere cristiano diventa solo identità sociologica di cui possiamo volentieri fare a meno. È un pensiero affascinante ma solo finché resta tale perché la realtà è che non tutti quelli che incontriamo sono sempre bravi, buoni e simpatici. Ciò che fa la differenza è allora l’amore, entrare nel cuore di Dio perché “Dio è amore” (1Gv 4, 8). Chi entra nel cuore di Cristo ha incominciato ad apprendere la lezione dell’amore. Sì, diciamo “incominciato” perché lungo tutta la vita siamo in formazione, in cammino di costante apprendimento, non finiremo mai di apprendere ad amare. Sarebbe, al contrario, superbia e quindi non-amore credere di essere già perfetti in esso. Nemmeno nell’infinito dove il Signore ci attende finiremo di imparare, anche lì continueremo a stupirci dell’infinito suo amore, dell’infinita fantasia con cui ci ama. L’amore trasforma il modo di vedere gli altri ma perché ciò avvenga dobbiamo accogliere Cristo nella nostra vita e lasciare che lui ci accolga nella sua perché non è possibile accoglierlo se prima non ci lasciamo accogliere. Infatti, poiché <em>nemo dat quod non habet</em>, per donare amore l’uomo deve riceverlo accostandosi alla sua fonte (cfr <em>Deus caritas est</em> 7) e questo avviene propriamente nella liturgia, la quale abbiamo visto anche attraverso le sue regole ci permette di comunicare con Dio, fonte dell’amore perché è Egli stesso amore. Potremo noi dire “Di tutti quelli che mi hai dato nessuno si è perduto” (Gv 17,12)? Gli altri sono Cristo per me e io sono Cristo per loro. La colletta del sabato della I settimana di Quaresima unisce mirabilmente liturgia e carità: “O Dio, Padre di eterna misericordia, fa&#8217; che si convertano a te i nostri cuori, perché nella ricerca dell&#8217;unico bene necessario e nelle opere di carità fraterna siamo sempre consacrati alla tua lode”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, val la pena di leggere le preghiere liturgiche della II Domenica di Avvento che costituiscono un bel programma di vita cristiana. La colletta: “Dio grande e misericordioso, fa&#8217; che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio, ma la sapienza che viene dal cielo ci guidi alla comunione con Cristo, nostro Salvatore”. L’orazione sulle offerte: “Ti siano, gradite, Signore, le nostre umili offerte e preghiere; all&#8217;estrema povertà dei nostri meriti supplisca l&#8217;aiuto della tua misericordia”. Il postcommunio: “O Dio, che in questo sacramento ci hai nutriti con il pane della vita, insegnaci a valutare con i sapienza i beni della terra, nella continua ricerca dei beni del cielo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Vescovo mons. Charles Chaput in un suo intervento tenuto all&#8217;Istituto Liturgico dell&#8217;Università di <em>St. Mary of the Lake</em>, a Chicago ha tentato di dare una risposta alla sfida di Guardini cui abbiamo accennato sopra ed è pervenuto a questa conclusione: “Voi siete la risposta alla sua sfida. L’atto liturgico diventa possibile per l&#8217;uomo d’oggi quando fate della vostra vita una liturgia, quando la vivete liturgicamente, un’offerta a Dio nel ringraziamento e nella lode per i suoi doni e per la salvezza. Voi siete il futuro del rinnovamento liturgico. L’atto liturgico diventa possibile per l’uomo d’oggi quando considerate la vostra vita e il vostro lavoro nella luce del progetto di Dio sul mondo, alla luce della sua volontà che tutti gli uomini e le donne si salvino e giungano alla conoscenza della verità. Il mistero che celebriamo con gli angeli e i santi deve radicarsi profondamente nella nostra vita e personalità, deve portare frutto. Ciascuno di noi deve dare il proprio unico contributo al misericordioso disegno di Dio, cioè che tutta la creazione diventi adorazione e sacrificio a lode della sua gloria”.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo dunque concludere con una delle formule per il saluto di congedo della Messa proposte dal Messale Romano: “Glorificate il Signore con la vostra vita. Andate in pace”.</p>
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		<title>La liturgia nell’anno della fede</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2013 09:27:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Opus Mariae</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Catechesi liturgica 3 marzo 2013 “La preghiera è fede in atto” (lettera della CDF Orationis formas). La liturgia nell’anno della fede &#160;  di Emanuele Borserini Introduzione La conclusione dello scorso incontro verteva sulla constatazione che oggi abbiamo una grandissima responsabilità nell’adeguare il nostro modo di espletare i riti alla fede che esprimono perché nei confronti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>Catechesi liturgica 3 marzo 2013</strong></p>
<p align="center"><strong>“La preghiera è fede in atto” (lettera della CDF <em>Orationis formas</em>).</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>La liturgia nell’anno della fede</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><em> di Emanuele Borserini</em></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Introduzione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La conclusione dello scorso incontro verteva sulla constatazione che oggi abbiamo una grandissima responsabilità nell’adeguare il nostro modo di espletare i riti alla fede che esprimono perché nei confronti della maggior parte delle persone la liturgia è l’unica possibilità concreta di trasmissione della fede. Se già la frequenza alla messa è una percentuale bassa, ancora più piccolo è il numero di coloro che partecipano ad altre attività formative cristiane. Ecco perché è determinante sfruttare al massimo le possibilità di evangelizzazione della liturgia. Questo avviene però con stile e linguaggio che le sono propri. La liturgia stessa offre i suoi strumenti di evangelizzazione senza bisogno che la rendiamo una cornice per conferenze. L’argomento di questa catechesi è forse il più difficile tra tutti quelli che abbiamo proposto, non perché non ci sia molto da dire ma, al contrario, perché c’è troppo da dire. Di conseguenza, cercherò soltanto di condividere alcune riflessioni che mi ha suscitato l’argomento senza ovviamente alcuna pretesa di esaustività. E per farlo mi affiderò allo schema con cui il secondo capitolo degli Atti degli Apostoli descrive la prima comunità cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come sempre, incominciamo a dire qualcosa sul titolo. L’affermazione bella e lapidaria “la preghiera è fede in atto” si trova nell’introduzione che Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, scrisse al documento <em>Orationis formas</em> pubblicato dalla stessa Congregazione nel 1989 sul rapporto tra la preghiera cristiana e le forme di meditazione delle religioni e filosofie orientali. Nella prima catechesi avevamo definito la liturgia nei termini della comunicazione. Se la preghiera è l’incontro con Dio, un dialogo tra amici, non può che essere in strettissima connessione con la forma di tale dialogo. Parlando ci rendiamo conto che non vi è mai un contenuto passato senza forma. Il linguaggio è quasi sostanziale. Certamente, c’è una gerarchia nelle verità, ma il nostro modo di raggiungerle spesso segue un ordine inverso. Come l’amore di Dio che pure non vediamo è più improntate di qualsiasi altra cosa ma passa necessariamente attraverso l’amore ai fratelli che vediamo (1Gv 4, 20-21), così il rapporto personale con Dio è più importante di tutte le cerimonie ma, poiché noi non siamo puri spiriti, passa anche attraverso l’uso corretto del linguaggio per comunicare con Dio. Non volerlo riconoscere è in qualche modo una mancanza verso Dio, anzitutto perché è lui che ci ha creato e voluto così e poi perché falsa la comunicazione con lui: chi fa male la genuflessione perche “le cose importanti sono altre” non può dire di amare davvero Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo a vedere anche storicamente come si configura il rapporto tra la preghiera, quindi la liturgia che è la preghiera della Chiesa, e la fede. Sin dall’Antico Testamento possiamo cogliere come ciò che sancisce il diverso significato di alcuni riti in sé identici tra pagani e popolo di Israele è soltanto la fede. Dell’abito del sommo sacerdote faceva parte l’<em>efod</em>, un pettorale con dodici pietre che rappresentavano le dodici tribù di Israele che era anche una tasca contenente alcuni oggetti, detti <em>urim</em> e <em>tumim</em> (cfr Es 28, 15-30), di cui oggi non si conosce più la fattezza e l’utilizzo preciso ma che servivano per gettare la sorte e prendere le decisioni importanti. Dalla lettura di quei testi si coglie come la coscienza dell’autore sacro non sia la superstizione ma l’affidamento a Dio. È questa la coscienza che accompagna tutta la storia della Chiesa che, anche quando affida ad atti umani le sue scelte, pensiamo alle votazioni di un concilio o del conclave, sa che il vero protagonista del suo agire è lo Spirito Santo. Per i pagani ciò che contava era eseguire correttamente una serie di riti per soddisfare la divinità e averne un profitto, tanto che “ateo” per i romani non era chi non credeva in un dio ma semplicemente chi non compiva i riti e anche i cristiani erano accusati di ateismo perché non sacrificavano all’imperatore. La grande novità del cristianesimo è la certezza che per il fedele cristiano conta anche la verità del rito cioè la fede che attraverso di esso egli esprime. Di conseguenza, vi è una partecipazione intima e attenta alla verità espressa. Il rito allora non è più fine a se stesso o all’utilità momentanea, ma un’espressione vera e sincera della fede. Anche l’ordine di procedere del Concilio Vaticano II è espressione di questa coscienza: “Io trovo adesso, retrospettivamente, che è stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato dell’adorazione. <em>Operi Dei nihil praeponatur</em>: questa parola della <em>Regola</em> di san Benedetto (cfr 43,3) appare così come la suprema regola del Concilio &#8230; In questo senso, al di là dei fattori pratici che sconsigliavano di cominciare subito con temi controversi, è stato, diciamo, realmente un atto di Provvidenza che agli inizi del Concilio stia la liturgia, stia Dio, stia l’adorazione” (Benedetto XVI, Discorso al clero romano, 14 febbraio 2013). Particolarmente significativo diventa per il nostro argomento questo intervento se messo in relazione con la definizione che Cristo stesso da dell’opera di Dio nel discorso alla sinagoga di Cafarnao: “Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù rispose: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato»” (Gv 6, 28-29). E a dare ancora più legame tra fede e liturgia, l’opera di Dio che è credere nel suo Figlio e l’opera di Dio che è l’adorazione, sta il fatto che questa parola del Signore si trova nel contesto del discorso sul “pane disceso dal cielo” (Gv 6, 41), cioè l’Eucarestia.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatta questa premessa storica, non si può non fare immediatamente riferimento a un principio giustamente famoso: <em>lex orandi, lex credendi</em>, che traduco liberamente in “modo di pregare, modo di credere”. A cui bisogna aggiungere <em>lex vivendi</em>, “modo di vivere”; lo ha dichiarato Benedetto XVI dicendo che “la Chiesa dalla liturgia attinge la forza per la vita” (Discorso al Pontificio Istituto Sant’Anselmo, 6 maggio 2011) e citando Giovanni Paolo II che definì la liturgia “cuore pulsante di ogni attività ecclesiale” (cfr Lettera apostolica <em>Vicesimus quintus annus</em>) e Paolo VI  dove diceva che “dalla <em>lex credendi</em> passiamo alla<em> lex orandi</em> e questa ci conduce alla <em>lex operandi et vivendi</em>” (Discorso nella cerimonia dell’offerta dei ceri, 2 febbraio 1970). C’è veramente una penetrazione fortissima tra questi tre aspetti, quasi una <em>pericoresi</em> mi piacerebbe osare dire utilizzando il termine con cui si indica il rapporto tra le persone divine della Trinità. Il contesto in cui per la prima volta Prospero di Aquitania (390-463 ca.), teologo vicino a papa Leone Magno, enuncia il venerando principio è la piccola antologia sulla grazia contro i pelagiani <em>Indiculus de gratia Dei</em> e suona così: <em>legem credendi lex statuat supplicand</em><em>i</em> (affinché la regola del pregare stabilisca la maniera del credere). La formulazione del Catechismo della Chiesa Cattolica del detto è: “La legge della preghiera è la legge della fede, la Chiesa crede come prega” (CCC 1124). La precisazione sul soggetto di chi crede, la Chiesa, cioè il popolo di Dio convocato nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, indica chiaramente che il modo di credere e di pregare della Chiesa è identico, fede e liturgia sono e devono essere identiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La liturgia non è altro dalla fede come non è altro dalla vita, anzi è il luogo privilegiato, insieme alla carità, in cui la fede si esprime e si autoverifica. <em>Lex credendi, orandi, vivendi</em>, un circolo tra credere, celebrare, servire che richiama alla mente la descrizione della Chiesa primitiva che troviamo nel libro degli Atti degli Apostoli: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere.Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” (At 2, 42-47). Una fede creduta, celebrata e testimoniata: questi sono i tre atti fondamentali della fede e ora diremo qualcosa su ognuno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fede creduta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Iniziamo a vedere alcuni aspetti della fede attraverso le categorie liturgiche, anzitutto perché la a Chiesa ritiene la liturgia un luogo teologico, cioè una fonte di strumenti per comprendere e spiegare la fede. Il primo e più eloquente esempio che incontriamo è il fatto che il canone stesso della Sacra Scrittura sia stato composto dalla liturgia, cioè per scegliere quali fossero tra i tanti a disposizione i libri che dobbiamo ritenere fonte della Rivelazione di Dio agli uomini la Chiesa ha anzitutto verificato quali venissero proclamati durante la liturgia. ma pensiamo anche a una dottrina per noi fondamentale come la Trinità la quale è stata compresa storicamente a partire dalle formule battesimali nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo perché in ogni momento della storia della Chiesa il confronto con la liturgia è stato determinante per discernere le soluzioni teologiche non pertinenti (le eresie). E ancor oggi il più bel trattato di teologia trinitaria resta il Prefazio della festa della Santissima Trinità. Oppure si può pensare ad alcune acquisizioni che sembrano modernissime in teologia ma che nella liturgia ci sono da sempre; per esempio, la coscienza liturgica ha custodito pere secoli la dottrina della Divina Misericordia anche se in modo chiaro essa è stata approfondita solo nel ‘900 in seguito alle rivelazioni private di Santa Faustina Kowalska. Basta leggere la seconda colletta a scelta della messa per le esequie fuori del tempo pasquale:<em> Deus cui proprium est misereri semper et parcere</em> <em>te supplices exoramus …</em> (tradotta impropriamente come “O Dio, tu sei l’amore che perdona …”). O meglio quella della XXVI Domenica del Tempo Ordinario: “O Dio che manifesti l’onnipotenza soprattutto con il perdono e la misericordia …”. Del resto, le rivelazioni private non aggiungono nulla alla Rivelazione, tuttavia il Signore le suscita proprio per ricordarci qualche aspetto della fede che dovremmo già sapere e di cui ci siamo dimenticati.</p>
<p style="text-align: justify;">La fede è “vedere l’invisibile cogliendone i segni nel visibile” (Benedetto XVI, Udienza generale, 6 febbraio 2013) e questo è esattamente la struttura fondamentale della liturgia che è totalmente simbolica cioè veicola realtà invisibili attraverso strumenti visibili. Un’altra caratteristica simile: dove c’è fede significa che non c’è ancora visione completa. Questo comporta che il mistero sia strutturale per la fede proprio come lo è per la liturgia. A volte ci può sembrare troppo oscuro e incerto questo mistero ma dobbiamo considerare che quel poco che riusciamo a vedere è esattamente quel poco che possiamo sopportare perché la visione diretta di Dio ci schiaccerebbe e comporterebbe necessariamente la morte (cfr Es 33, 18-23). Per credere ci vuole davvero coraggio: non è da sciocchi credere nel Dio di Gesù Cristo ma, al contrario, è quanto di più sensato e virile ci sia; nella liturgia abbiamo già visto quanto sia presente l’aspetto bellico. Tornando alla definizione di dialogo, possiamo dire che la fede è anche incontro con Dio come lo è la liturgia. Nelle chiese ci sono spesso decorazioni floreali perché il luogo dove si svolge la liturgia è il vero giardino dell’Eden in cui si incontra Dio, si può parlare con lui ed egli si rivela, si può tornare in qualche modo a passeggiare in compagnia di Dio (cfr Gen 1 e 2). Infine, due immagini ricorrenti in molti autori spirituali per descrivere la fede sono “luce” e “profumo”, ebbene questi due elementi naturali li ritroviamo fortemente presenti nella liturgia come candele e incenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>motu prpoprio</em> di indizione dell’anno della fede, <em>Porta Fidei</em>, al numero 11 dice: “Nella sua stessa struttura, il <a href="http://www.vatican.va/archive/ccc/index_it.htm">Catechismo della Chiesa Cattolica</a> presenta lo sviluppo della fede fino a toccare i grandi temi della vita quotidiana. Pagina dopo pagina si scopre che quanto viene presentato non è una teoria, ma l’incontro con una Persona che vive nella Chiesa. Alla professione di fede, infatti, segue la spiegazione della vita sacramentale, nella quale Cristo è presente, operante e continua a costruire la sua Chiesa. Senza la liturgia e i Sacramenti, la professione di fede non avrebbe efficacia, perché mancherebbe della grazia che sostiene la testimonianza dei cristiani. Alla stessa stregua, l’insegnamento del Catechismo sulla vita morale acquista tutto il suo significato se posto in relazione con la fede, la liturgia e la preghiera”. L’uomo maturo è colui che, pur avendo grandi ideali che lo guidano nella vita, non vive “dai tetti in su” ma è concreto e realista e conosce ed apprezza anche le piccole cose, anzi, sa che la vita è fatta di piccole cose per questo porta i suoi alti ideali anche nei piccoli gesti quotidiani trasfigurandoli come fa la liturgia che prende azioni semplici e le trasfigura rendendole adatte alla comunicazione con Dio. Dai sacramenti, che sono la liturgia in senso stretto, abbiamo la forza per vivere la fede perché sono l’operare concreto di Cristo vivo in mezzo a noi. Poiché la fede informa tutta la vita e non rimane “dai tetti in su”, ci fornisce anche una precisa visione di tutte le dimensioni in cui viviamo che la liturgia a sua volta esprime oppure assume come suoi presupposti. Per esempio, la visione antropologica: per il cristianesimo l’uomo è creato da Dio (cfr Gen 1 e 2), è libero (cfr Gen 3), Dio stesso gli ha dato un corpo (cfr Eb 10, 5) in cui si riflette la sua immagine ed è chiamato a dialogare con Dio e a seguire il suo progetto di felicità. E la liturgia esiste proprio come dialogo tra creatore e creatura il cui linguaggio è anch’esso dono del creatore. Oppure la concezione del tempo: <em>sine dominico non possumus</em> dicevano i martiri di Abitene (303-304). E davvero sul tempo si gioca una sfida importante riguardo la concezione cristiana della vita a cui si oppone l’ammaliante teoria neognostica del <em>New age</em>. Il tempo cristiano è lineare e ha due appuntamenti ben precisi: la creazione e la parusia. Il fatto che all’inizio della storia ci sia l’atto creatore e alla fine di essa ancora colui che ne ha già anticipato la fine e il fine nella sua resurrezione dà alla vita cristiana una precisa impostazione. Dice Ratzinger che la parusia è la pienezza della liturgia perché, essendo la liturgia l’evento pasquale in mezzo a noi, è naturalmente ordinata a compiersi nel ritorno glorioso del Signore risorto; l’Eucarestia è l’“escatologia realizzata” (cfr Joseph Ratzinger, “Escatologia. Morte e vita eterna”, Cittadella editrice 2008). Noi concludiamo l’anno liturgico nell’attesa e lo apriamo nell’attesa, solo la parte finale dell’Avvento è natalizia perché colui che aspettiamo è anche colui che è già venuto. Si celebra e si guarda avanti: questo è un elemento che potrà essere di grande incisività in un mondo sempre meno speranzoso e più cinico perché la gente ha in mente la morte di Dio (secondo il famoso asserto della filosofia di Nietzsche) ed è triste. L’anno liturgico celebra e dona quel fondamento esistenziale di cui molti sono in ricerca. La domenica è il centro della vita cristiana e identifica anche socialmente il cristiano. In questo giorno, giorno della risurrezione di Cristo, sin dall’antichità i cristiani celebrano l’Eucarestia perché la Chiesa facendo l’Eucarestia sa che è l’Eucarestia a fare la Chiesa stessa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fede celebrata</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Poiché la fede celebrata è l’argomento generale del saggio, qui mi soffermerò solo su alcuni aspetti a partire da quello più intuitivo dalla proclamazione della professione di fede nella Messa. Prima dei miracoli, Gesù chiede sempre di manifestare la propria fede (cfr a titolo di esempio Gv 9, 35; Gv 11, 26; Mt 9, 28) ed ecco che noi professiamo il Credo proprio poco prima del grande miracolo dell’Eucarestia. Il Credo nella liturgia non ha un carattere didascalico ma cultuale: è l’offerta gioiosa di quell’obbedienza di fede che costituisce la natura intima del sacrificio (cfr Eb 5, 8). Sappiamo, infatti, che non fu tanto la quantità della sofferenza di Cristo che ci ha salvato quanto piuttosto il modo in cui egli l’ha vissuta offrendola perfettamente al Padre. Quella fede che ci è stata donata da Dio viene dunque con questo rito riconsegnata come oblazione santa e gradita a Dio. La liturgia esprime così la verità che all’inizio della fede non c’è una nostra azione volontaria, quindi il primato della grazia, ma allo stesso tempo esprime anche quanto sia determinante il nostro assenso al dono gratuito di Dio, egli infatti rispetta sempre la nostra libertà anche nel caso in cui essa lo rifiutasse. La recita del Simbolo esprime dunque più che il movimento discendente di Dio che istruisce il suo popolo, il movimento ascendente dell’assemblea che loda Dio e gli offre il suo stesso dono: non è un atto informativo ma performativo, cioè un vero e proprio rito. Per questo si colloca tra la liturgia della Parola e l’offertorio, addirittura la liturgia ambrosiana e alcune liturgie orientali lo collocano nei riti di offertorio e tra i riti dell’iniziazione cristiana degli adulti c’è proprio un rito chiamato della <em>redditio Symboli</em> in cui anche fisicamente il testo del Credo viene dal catecumeno riconsegnato al Vescovo dopo che lo ha ricevuto all’inizio del percorso di catecumenato insieme al <em>Pater</em>. Non ha dunque senso dire che bisogna recitarlo sempre in italiano perché dobbiamo essere consapevoli di ciò che diciamo, anzitutto perché sfido chiunque a spiegarlo esaustivamente ma soprattutto perché non è un momento catechetico quanto piuttosto cultuale, anzi a volte sarebbe opportuno cantarlo in latino per renderlo il più possibile solenne e affascinante.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro breve accenno: nella liturgia non si dice mai “Grazie”. Il ringraziamento per aver ricevuto un oggetto è l’inchino che, senza alcuna parola, esprime al meglio il riconoscimento della dignità dell’altro, mentre il ringraziamento per aver ricevuto l’Eucarestia è la parola “Amen” che non significa in alcun modo “grazie” bensì “credo”. Ebbene sì, perché esprime la verità che l’unico atteggiamento con cui possiamo ringraziare per questo incommensurabile dono non è che la nostra fede; ringraziare per un dono non accolto, accolto nella fede in questo caso, non avrebbe senso.</p>
<p style="text-align: justify;">La liturgia, essendo per definizione preghiera della Chiesa, ci porta a scoprire anche l’aspetto comunitario e dialogico della fede. Ecco perché nella liturgia solo dopo che è stata annunciata la parola di Dio si può proclamare il Simbolo della fede. Non si crede mai da soli ma sempre in e con la Chiesa, anche la processione della comunione non è semplicemente funzionale ma è il popolo di Dio in cammino. Sempre <em>Porta Fidei</em> al numero 10 cita san Paolo “Con il cuore … si crede … e con la bocca si fa la professione di fede” (Rm 10, 10) e dice: “Il cuore indica che il primo atto con cui si viene alla fede è dono di Dio e azione della grazia che agisce e trasforma la persona fin nel suo intimo &#8230; La stessa professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario. E’ la Chiesa, infatti, il primo soggetto della fede”. Anzitutto, perché il Signore stesso, tra il raggiungere la verità su Dio in modo individuale immediato e il raggiungerla attraverso l’incontro, la consegna e l’affidamento alla testimonianza di altri, ha scelto al seconda strada: “e come potranno credere senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?” (Rm 10, 14). L’incontro con Cristo chiede l’umiltà della consegna alla testimonianza di altri. Poi perché “il cristiano, anche quando è solo e prega nel segreto, ha la consapevolezza di pregare sempre in unione con Cristo, nello Spirito santo, insieme con tutti i santi per il bene della chiesa” (<em>Institutio generalis de Liturgia horarum</em> 9). L’altra volta si è parlato di virilità, ebbene, l’uomo virile è quello tanto maturo individualmente che può prendere parte attiva alla comunità ed edificarla e al contempo tanto maturo comunitariamente che non ha paura di lasciarsi edificare sempre più dalla comunità stessa in un circolo virtuoso che non è un circolo chiuso ma è una spirale che sale verso Dio. Al contrario, chi rinuncia a uno dei due aspetti che sono coessenziali delegando la sua santificazione alla comunità (chi dice “ci penseranno i preti e le suore o quelli del primo banco”) oppure vuole costruirsi come singolo in contrapposizione ad essa (con affermazioni tipo “Cristo si, Chiesa no”) è incompleto, immaturo, gli manca una delle due ali e di conseguenza non può volare verso Dio ma è destinato a precipitare nel baratro. La preghiera personale e quella liturgica, allora, non sono mai contrapposte, al contrario l’una è strettamente necessaria all’altra; l’una senza l’altra si esaurisce ben presto. L’uomo è un animale sociale per natura; se ne rendeva conto già Plinio il Vecchio spiegando che il pulcino appena uscito dall’uovo è già capace di beccare mentre il piccolo d’uomo appena nato è capace di fare una cosa sola, piangere, e se qualcuno non si occupa immediatamente di lui muore. Con la fede possiamo comprenderne la ragione profonda: siamo creati a immagine e somiglianza di Dio che è uno e trino, è in sé stesso comunità di persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Dice il Signore al cieco di Gerico (Mc 10, 46-52 e Lc 18, 35-43) e al lebbroso dei dieci risanati che tornò a ringraziarlo (Lc 17, 11-19): “La tua fede ti ha salvato”. La fede allora non è un vago sentire ma coinvolge profondamente la persona perché da la salvezza. La liturgia è celebrazione della fede quindi è per sé coinvolgente ed esige la propria personale partecipazione. Anche se non si svolge alcun ministero visibile c’è il coinvolgimento della fede. Per esempio, il dialogo del Prefazio a cui spesso rispondiamo meccanicamente è una profondissima domanda di fede. Nella liturgia della Pasqua ebraica il bambino più piccolo deve chiedere il motivo di quella strana ricorrenza e il padre spiegandola compie il gesto liturgico di lodare Dio per l’opera della salvezza. Così nel dialogo del Prefazio il popolo chiede al sacerdote che ne è come il padre il motivo per cui rendere grazie a Dio ed elevare a lui i cuori, poi nel corpo del prefazio il sacerdote-padre spiega poeticamente i motivi della festa lodando Dio per le sue opere. In questo dialogo c’è una vera partecipazione, quella che il Concilio Vaticano II chiama <em>actuosa participatio</em> (SC 14), non è la ripetizione di un botta e risposta vuoto. Messo lì, il prefazio aiuta anche ad entrare nel mondo del memoriale come era concepito dalla Pasqua ebraica e a capire, di conseguenza, che quello che sta per essere celebrato è davvero la ripresentazione del sacrificio di Cristo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fede vissuta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo all’episodio dell’emorroissa (Lc 8, 40-56, Mc 5, 21-43 e Mt 9, 18-26): non serve che Gesù la prenda in considerazione, le basta vedere e toccare. E queste sono le azioni tipiche della liturgia: la trasmissione e l’esperienza della fede attraverso i sensi. Anche nel famoso episodio dell’apostolo Tommaso (Gv 20, 24-29) si coglie come per credere c’è necessità di vedere e toccare perché la nostra non è una fede in una serie di proposizioni astratte ma una persona tanto speciale quanto reale: “all&#8217;inizio dell&#8217;essere cristiano non c&#8217;è una decisione etica o una grande idea, bensì l&#8217;incontro con un avvenimento, con una Persona” (Benedetto XVI, <em>Deus charitas est</em> 1). Diventa così evidente come il principio dell’Incarnazione stia a fondamento della liturgia. Ne è fondamento perché anch’essa è umano-divina e perché, come in Gesù, in essa il Dio invisibile è reso percepibile, come si sollevasse un velo. Infatti, si fa l’inchino (o la genuflessione la notte e il giorno di Natale) al passaggio del Credo<em> Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est</em> perché riconosciamo che a fondamento della nostra possibilità di emettere una professione di fede tanto certa e solenne c’è l’Incarnazione di quel Verbo che è la rivelazione di Dio. Inoltre questo gesto è particolarmente eloquente del significato profondo di quelle parole perché rappresenta anche plasticamente in cosa l’Incarnazione è veramente consistita: la <em>kenosi</em> si dice nel linguaggio tecnico, l’abbassamento del Dio infinito alla condizione dell’uomo finito, l’assunzione della mortalità da parte dell’immortalità, del peccato da parte di colui che è il “tre volte santo”, il farsi piccolo e vulnerabile di colui che nessun luogo può contenere e che vince le potenze del mondo, la discesa di colui che abbassa ed esalta. Come nell’Incarnazione così è nella Messa: l’onnipotente diventa tanto poco potente da essere addirittura mangiabile. Ma, come in tutta la storia della salvezza, in quella che a noi appare debolezza si manifesta la potenza di Dio. Così è la vita cristiana: “quando sono debole è allora che sono forte” (2Cor 12, 10).</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo visto che alla liturgia è strettamente connesso il ministero, letteralmente l’essere servi, qui sta anche la strettissima connessione con la carità che non è in alcun modo in contrapposizione con la liturgia come la demagogia di certi ecclesiastici ci ha voluto far credere per anni. Al contrario! Basta leggere la colletta del mercoledì della II settimana di Pasqua che chiede la grazia per il passaggio all’attuazione dell’amore che celebriamo: “O Padre, che nella Pasqua del tuo Figlio hai ristabilito l&#8217;uomo nella dignità perduta e gli hai dato la speranza della risurrezione, fa&#8217; che accogliamo e viviamo nell&#8217;amore il mistero celebrato ogni anno nella fede”. La liturgia non sottrae nulla alla carità perché: “solo l’aver tempo per Dio ci dà tempo per l’uomo” (Joseph Ratzinger, “Dogma e predicazione”, Queriniana 1973). Molto eloquente è anche l’episodio della lavanda dei piedi (cfr Gv 13, 1-20): si tratta si un atto certamente simbolico compiuto da Gesù, è evidente dalle sue stesse parole e dal contesto, tuttavia, è anche un vero atto di carità verso i suoi apostoli per mostrare con un’icona forte che chi vuol essere il primo sia il servo di tutti (cfr Mc 9, 35 e 10, 44). Anche la presidenza della liturgia è un servizio al popolo di Dio e sempre l’esercizio della potestà nella Chiesa è intrinsecamente servizio. Qualcuno vive male l’esistenza della gerarchia e del Magistero a cui si deve obbedienza e rispetto perché vi vede una struttura di imposizione che limita la libertà ma, al contrario, tutto ciò è un servizio alla nostra fede, la garanzia della presenza viva e operante di Cristo-capo, una garanzia di libertà (secondo il concetto di libertà che abbiamo visto la volta scorsa). Il principio gerarchico della Chiesa dettato da Gesù stesso con la consegna delle chiavi a Pietro si fonda proprio sulla sua professione di fede (cfr Mt 16, 13-20). Nella liturgia si celebra la carità, l’amore di Dio. Un amore che anzitutto ci ama per come siamo:  il rito dell’imposizione del nome nel Battesimo è importantissimo perché attesta che davanti a Dio siamo persone, ognuna amata come è. E la persona umana è creata maschio o femmina e anche quando non ci sarà più l’esigenza di procreare perché vivremo eternamente con Dio (cfr Mt 22, 30), resteremo sempre maschi e femmine. In secondo luogo è un amore ci che spinge a fare quello che ha fatto lui: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34) che è appunto l’antifona che tradizionalmente accompagna il rito della lavanda dei piedi nella Messa <em>In Coena Domini</em> del Giovedì Santo. Questo amore ci spinge e contemporaneamente ci da la grazia senza la quale non sarebbe possibile realizzarlo perché “senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5). Sì, ci sono i buoni sentimenti, che però non durano. Comunione, unità, giustizia, un uomo nuovo sono valori che si realizzano nel cuore attraverso la preghiera cioè il dialogo con Dio. E il luogo privilegiato di tale dialogo è la liturgia. Pensare di poterli dare dall’esterno è l’errore dei regimi di cui nel ‘900 si è fatta dolorosa esperienza che per fare l’uomo nuovo ammazzavano gli uomini reali.</p>
<p style="text-align: justify;">Riprendiamo il riferimento alla Chiesa primitiva di At 2. Sappiamo che i primi secoli dell’era cristiana sono strettamente caratterizzati dall’esperienza del martirio che del resto è la conferma che da subito la fede in Gesù Cristo non è un fatto puramente intellettuale ma che cambia sensibilmente la vita. Il martirio è la manifestazione più vera e chiara della fede ed è un vero atto di culto perché con esso si offre a Dio tutto ciò che abbiamo, la vita, come ha fatto Gesù. Abbiamo la descrizione del martirio di sant’Ignazio d’Antiochia come un’Eucarestia: “sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il Signore” (Sant&#8217;Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, “Lettera ai Romani”, capp. 4, 1-2; 6, 1 &#8211; 8, 3; Funk, 1, 217-223). Martirio deriva dal greco e significa testimonianza. Dunque, è cosa veramente seria la testimonianza della fede! Testimoniare Cristo davanti al mondo significa “cristificare” la realtà che è un’operazione maieutica, consiste cioè nel tirar fuori l’immagine di Cristo che già c’è nelle persone e nelle cose in quanto “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1, 16). La nostra testimonianza si espleta nell’evangelizzazione, la “nuova evangelizzazione”, che non è soltanto annunciare a parole ma testimoniare con tutto noi stessi di aver incontrato il Signore come gli apostoli. Per esempio Andrea di cui dice il Vangelo che “incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: Abbiamo trovato il Messia che significa il Cristo e lo condusse da Gesù” (Gv 11, 41, 42) . Per San Paolo il vero culto della nuova alleanza è l’annuncio stesso del Vangelo per questo parla di <em>loghikè latreia</em> (Rm 12, 1) e si presenta anzitutto come ministro della parola facendone il suo vanto (cfr Rm 15, 16-17). Del resto, è chiaro dai vangeli che il ministero di Gesù è l’annuncio del Regno di Dio, in parole e in opere. Pensiamo alla struttura dell’ambone delle antiche basiliche come San Clemente a Roma in cui il Vangelo viene proclamato a sud dove il sole-Cristo è al suo apice e verso nord dove non è ancora giunto e sono le tenebre. La nostra fede è rapporto d’amore con una Persona e <em>bonum diffudivum sui</em>, si vuole espandere, a noi non resta che seguire questo moto dello Spirito santo. La vita di Gesù raccontata nei Vangeli è tutta organizzata come il viaggio dalla Galilea a Gerusalemme cioè un viaggio dall’annuncio al sacrificio. È da notare però che lo stesso annuncio è più volte un’anticipazione della passione-sacrificio. Per questo annuncio e liturgia non si possono separare come non sono separati nella vita di Cristo l’annuncio del Vangelo del Regno e il suo compimento nel sacrificio della croce. Peraltro, in questa lettura della vita di Gesù si può scorgere anche la struttura della Messa che è divisa in liturgia della Parola e liturgia del sacrificio. L’anima di ogni cristiano è dunque un’anima sacrificale, ma ne parleremo nel prossimo incontro.</p>
<p style="text-align: justify;">La liturgia esprime perfettamente l’essenza della Chiesa che è una comunità “escatologica” cioè che vive nei tempi ultimi, ultimi in senso qualitativo. L’acclamazione <em>Maranathà</em> tipica dell’Avvento è un compendio di liturgia perché tutto in essa chiede “vieni Signore”. La liturgia ha senso che sia celebrata perché la Chiesa attende il ritorno del Signore. Nell’antichità tutte le chiese erano costruite in modo che l’abside, e di conseguenza l’altare, fossero rivolti verso Oriente da cui sorge il sole e da cui secondo la Scrittura verrà il Signore, il nostro sole, il nostro orizzonte di senso. Per questo nella risposta al “Mistero della fede” esprimiamo la consapevolezza che celebriamo i divini misteri <em>donec venias</em>, finché tornerà il Signore. Questa tensione strutturale della liturgia dev’essere anche la tensione di tutta la vita del cristiano e il cristiano non può aspettare il Signore come si aspetta il tram! Nella liturgia e nella vita di tutti i giorni dobbiamo esprimere una fervida, gioiosa e attiva attesa. Soprattutto i laici sono chiamati a portare questa ventata di senso in tutti gli aspetti della vita anche civile e così possono veramente partecipare allo spirito della liturgia. Ecco perché partecipazione non significa clericalizzare i laici ma fare in modo che acquisiscano questa linfa da riversare nel “secolo” a cui appartengono (cfr LG 31).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusione: la presenza di Maria nella liturgia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei ora mettere in luce un aspetto particolare della nostra fede che è la presenza amorevole di una Madre che in essa ci guida e ci sostiene. Notiamo, infatti, come Maria sia costantemente presente nella liturgia. Provocato da alcuni che ritengono questa presenza eccessiva e invadente ho cercato di approfondirla brevemente. Anzitutto, dobbiamo constatare che lodare Maria è la risposta a una precisa parola di Dio rivelata: il <em>Magnificat</em> (Lc 1, 46-55) in cui ella profetizza “d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” perché “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” e il dono della maternità spirituale con cui Gesù ha affidato sua madre ad ogni suo discepolo (Gv 19, 26-27). C’è dunque un rapporto strettissimo di Maria con la sua celebrazione ma anche con la struttura profonda della liturgia che è lodare Dio per le sue grandi opere di salvezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Una bella definizione di fede che ho trovato è la seguente: “contatto col mistero di Dio” (Giovanni Paolo II, <em>Redemptoris mater</em> 17). Ebbene, Maria è sempre stata in contatto con Gesù nel corso della sua vita. Anzi, è l’unica persona che può dire di essere stata presente a tutti i momenti della sua vita, dalla nascita sino al mistero pasquale, passando anche per gli anni nascosti di Nazareth. La presenza di Maria è unica e incomparabile nel mistero di Cristo per questo lo deve essere anche nella celebrazione sacramentale di tale mistero. Soprattutto era presente all’evento ripresentato dalla liturgia, il sacrificio della croce. Maria è la madre di Gesù in senso biologico ma in lei il legame di sangue coincide con quello della fede perché ha accolto la parola di Dio, vi ha creduto e fu obbediente a Dio serbando e meditando la sua parola nel cuore (cfr <em>Redemptoris Mater</em> 20). Inoltre, nella Scrittura e nella storia della Chiesa possiamo constatare che dove c’è Maria c’è sempre anche Gesù e mai ella lo nasconde ma, al contrario, ne esalta ancor di più la centralità (LG 60). Sin dalle profezie più antiche (un esempio paradigmatico per tutti è il “protovangelo” di Gen 3, 15), dove è adombrata Maria ciò avviene sempre in funzione del mistero di Cristo e dove è annunciato il Messia c’è sempre un qualche riferimento alla madre. Anche la storia dei dogmi mariani lo dimostra: la loro ragione più profonda risiede sempre nella difesa di qualche verità cristologica messa in pericolo ed ecco che la fede di Maria corre in soccorso della nostra retta fede nel suo Figlio. Già nel III sec Maria era invocata come “Madre di Dio” nella preghiera <em>Sub tuum praesidium</em> e proprio lì il concilio di Efeso nel 431 cerca la formulazione del suo dogma. Maria è la debellatrice di ogni eresia: con la sua preghiera, la sua vita, la sua stessa silenziosa presenza ci preserva dall’errore. Ella “sta” (Gv 19, 25) e con questa statuaria virilità combatte contro il male accanto a Gesù.</p>
<p style="text-align: justify;">Il culto riservato a Maria, pur nel suo posto speciale superiore a tutti gli altri santi, è sempre inferiore all’adorazione che si deve solo a Dio. Maria è stata definita in modo poco poetico ma molto eloquente “la tutta relativa a Cristo” e questo è ciò che anche noi possiamo sperimentare nell’adorazione che è l’essenza della liturgia. L’Oriente cristiano la definisce anche “teatro dell’azione di Dio”. Ella ha poi un rapporto speciale con la liturgia in virtù della sua collaborazione allo Spirito Santo che è anche colui che fa la liturgia. Come la prima venuta del Signore nel mondo, la venuta storica nella carne, si concretizzò per opera dello Spirito Santo, così anche in ogni venuta sacramentale si invoca lo stesso Spirito con la preghiera presente in tutti i sacramenti che si chiama “epiclesi”. E come Maria ha collaborato attivamente con lo Spirito Santo dando il suo assenso libero e perfetto all’Incarnazione, così collabora in modo non secondario anche alla celebrazione di tale evento in ogni liturgia. Peraltro, quello suscitato da Maria a Cana (Gv 2, 1-10) è l’unico miracolo per il quale Gesù non chiede la professione della fede perché la fede di Maria è in qualche modo scontata e vissuta pienamente. Questo però non ci inganni: non si tratta di un modello lontano che non ha niente a che vedere con le nostre difficoltà quotidiane a credere. Anche Maria ha vissuto un cammino di fede che va dalla naturale e realistica domanda dell’annunciazione “come è possibile?” (Lc 1, 34) fino al suo stare sotto la croce del Figlio. Se la Chiesa è la comunità dei credenti, sotto la croce Maria è la Chiesa stessa, inoltre per la Chiesa ella rappresenta un’icona importantissima a cui guardare. Lo spiega con un linguaggio squisitamente liturgico il concilio Vaticano II: “Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine quella perfezione, che la rende senza macchia e senza ruga (cfr Ef 5, 27), i fedeli del Cristo si sforzano ancora di crescere nella santità per la vittoria sul peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. La Chiesa, raccogliendosi con pietà nel pensiero di Maria, che contempla alla luce del Verbo fatto uomo, con venerazione penetra più profondamente nel supremo mistero dell&#8217;incarnazione e si va ognor più conformando col suo sposo. Maria infatti, la quale, per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce per così dire e riverbera le esigenze supreme della fede, quando è fatta oggetto della predicazione e della venerazione chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all&#8217;amore del Padre” (LG 65).</p>
<p style="text-align: justify;">Nella liturgia Maria è sempre celebrata come vergine e come madre, la Chiesa benedice così in lei le due vocazioni fondamentali della vita cristiana: verginità per il Regno dei cieli e matrimonio, i due aspetti dell’unica vera fecondità che è quella della fede (cfr <em>Redemptoris Mater</em> 43). Ecco perché celebrarla e averla come compagna di fede è una ricchezza, un dono inestimabile di Dio per cui e attraverso cui lodarlo.</p>
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		<title>Gruppo Adolescenti marzo-aprile 2013</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Mar 2013 16:49:08 +0000</pubDate>
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		<title>Catechesi Liturgica &#8211; 3 marzo 2013</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Feb 2013 14:44:19 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Domenica 3 marzo 2013, alle ore 15.00, presso l&#8217;Opus Mariae Matris Ecclesiae a Villafranca in Lunigiana (MS), CATECHESI LITURGICA sul tema &lt; “La preghiera è fede in atto” (Joseph Ratzinger). La liturgia nell’anno della fede. &gt; tenuta da Don Pietro Cantonie dal seminarista Emanuele Borserini.<br />
Alla catechesi seguiranno l&#8217;Adorazione Eucaristica alle ore 17.00 e la Santa Messa alle 18.00.</p>
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